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Pesaro 45 - 5 days - Cinema Israeliano

Pubblicato il 24 giugno 2009 da Alessandro Izzi


Pesaro 45 - 5 days - Cinema Israeliano

Nell’agosto del 2005 il governo israeliano capitanato dal primo ministro Sharon, decise che era giunto il momento di abbandonare i territori della Striscia di Gaza che erano stati occupati, negli anni, da circa ottomila coloni ebrei. Per i residenti non si trattava solo di lasciare le loro case e le loro terre, ma significava, di fatto, tradire il comandamento divino dal momento che quegli insediamenti erano, in tutto e per tutto, parte integrante della Terra Promessa. Alla dimensione religiosa, che per comunità estremamente ortodosse come erano quelle coloniali, era sicuramente importantissima, si aggiungeva anche il sentimento di un vero e proprio tradimento politico dal momento che, fino a poco tempo prima e per molti anni, il governo e Sharon avevano sempre ritenuto quegli insediamenti estremamente importanti e la loro occupazione era stata appoggiata in moltissimi modi con aiuti economici e leggi ad hoc. La decisione di cedere terre e case a duecentocinquantamila palestinesi, più che un gesto di apertura nei confronti di un nemico storico, sembrava, per questo, essere un vero e proprio voltaffaccia, un’autentica pugnalata alle spalle di connazionali ebrei condannati, in questo modo, ad un’ennesima deportazione.
Lo sgombero dei territori avvenne in cinque giorni. Sin dall’inizio si temette il peggio al punto che fu mobilitato un discreto dispiegamento di truppe dell’esercito al fine di sorvegliare pacificamente i lavori. Sia il governo che i rappresentanti delle colonie ritenevano, comunque, che lo sgombero dovesse svolgersi nel modo più pacifico possibile. E tutto fu organizzato in un rituale che, visto da fuori, aveva il sapore di una vera e propria sacra rappresentazione il cui finale era scontato per tutti. Ai coloni fu concesso ampio spazio per manifestare il proprio disappunto nel modo più pacifico possibile, mentre l’esercito dovette trovarsi nella scomoda posizione di dover intervenire contro connazionali con cui non potevano non simpatizzare.
Dopo tre giorni di trattative estenuanti, l’esercito dovette comunque procedere allo sgombero coatto, entrando nelle case e prelevando di peso i loro occupanti che dalla loro parte si limitarono ad una mera resistenza passiva che era, forse proprio per questo, ancor più drammatica. Alla fine del quinto giorno ogni casa era stata sgomberata e i territori della Striscia di Gaza furono riconsegnati ai palestenesi.
Yoav Shamir, regista del bel documentario 5 giorni, consapevole della storicità dell’evento, decise di seguirlo nel suo svolgersi con ben sette diverse troupe cinematografiche che ripresero gli accadimenti da tutte le prospettive possibili. Ad essere davvero storico non era, comunque, il gesto di apertura nei confronti della realtà palestinese, ma il fatto che per la prima volta l’esercito israeliano era impegnato in un’operazione contro un nemico di cui comprendeva sino in fondo le motivazioni e verso cui non riusciva a nutrire alcun tipo di risentimento. La vera novità di questo non/conflitto pacifico che non lasciò a terra nè morti, né feriti, ma colpì comunque le coscienze di tutti era il fatto che, per una volta, il governo israeliano doveva adottare quello che, nei manuali di gioco, viene chiamato, significativamente, il "complesso del prigioniero". In altre parole, per la prima volta, una fazione simpatizzava e comprendeva le ragioni dell’avversario e le utilizzava per giungere ad una soluzione quanto più possibile pacifica del contendere.
Due sono le domande scomode che il documentario apre alle nostre coscienze. La prima riguarda il significato stesso della democrazia e di come possa dirsi democratico un paese che si vede costretto a decidere l’esilio o la deportazione di intere famiglie (ma anche di singoli individui) obbligandole a vivere altrove. Una domanda bruciante per la realtà israeliana, visto che forse nessuna popolazione può dire di conoscere meglio di questa il significato terribile dell’essere costretti a lasciare le proprie terre e i propri averi, ma forse ancor più scomoda per le nostre coscienze occidentali che tendono ad allontanare il più possibile la questione. Da questo punto di vista sarebbe ora che noi tutti si cominciasse a rendersi conto che il conflitto mediorientale che da anni disegna in Palestina una lunghissima striscia di sangue è proprio il risultato di questo tentativo di rimozione.
La seconda domanda riguarda invece l’intera politica israeliana: se, infatti, un utile insegnamento si può trarre da questa tristissima vicenda, questo è che solo applicando il Complesso del prigioniero si può sperare di avviare un conflitto verso una soluzione pacifica. Perchè, allora, non applicarlo più spesso per risolvere tutti i coflitti che animano la politica estera israeliana? La risposta a questa domanda resta significativamente fuori della portata della macchina da presa.
Yoav Shamir realizza, sulla questione, un documentario ammirevole e compatto animato da spirito etico e da grandissima lucidità intellettuale. La sua opera sa porre le giuste domande e riesce a trovare un notevole equilibrio tra la sua anima documentaria e quella più squisitamente narrativa. E guardare il dolore di queste persone costrette a lasciare le proprie case e quello che traspare sui volti di quei soldati che li costringono a farlo è un monito straordinario alla tolleranza e all’accettazione dell’altro.


CAST & CREDITS

(Chamisha Yamim); Regia e sceneggiatura: Yoav Shamir; fotografia: Alon Zingman, Amit Shakev, Claudio Steinberg, Eytan Harris, Gil Mezuman, Mahmoud Albaied, Navad Lapid, Shai; montaggio: Arik Lahav-Leibovitz; musica: Ophir Leiboovitch; produzione: Profile Production Ltd; origine: Israele, 2005; durata: 94’


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