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Pesaro 45 - Avanim (Stones) - Cinema Israeliano

Pubblicato il 24 giugno 2009 da Alessandro Izzi


Pesaro 45 - Avanim (Stones) - Cinema Israeliano

"In ebraico Avanim significa pietre. Questo paese è pieno di pietre e sono tutte simboliche. Ci sono le pietre del "Muro del pianto"; le pietre con cui si costruiscono case e scuole; quelle tirate dai religiosi ai laici, e dai laici ai religiosi; ci sono le lapidi e le pietre che si pongono sulla cima della tomba come segno di commemorazione. Queste pietre ci segnano e diventano dei punti interrogativi" (Raphael Nadjari)
E ci sono le pietre che ti entrano negli occhi e divengono lacrime di terra, riarse. Un pianto inespresso, un pianto che è diventato un lusso che non è dato concederci. Avanim è la storia di un pianto che non sgorga, che non si scioglie. Di un grido che sale fino alla gola, ma non esplode e resta, rotto, dietro ai denti che si sforzano nel frattempo a mostrare agli altri un sorriso falso.
Michale è una donna sposata. Ha una piccola casa, un figlio che è un autentico angioletto e un marito che la ama, ma la tratta, in fondo, come tutti i mariti educati all’ombra del Talmud trattano le loro mogli: con affetto, ma senza porsi problemi. Come la vita coniugale fosse qualcosa che si può dare per scontato, che può addormentarsi nei giri sonnolenti dell’abitudine, tra giornate al lavoro e celebrazioni dello Shabbat fatte perché si devono fare.
Michale lavora con il padre in uno studio notarile, ma non è una donna in carriera. Qualcosa di più di una segretaria, ma anche qualcosa di meno di una socia. Il genitore può prendersi il lusso di rimproverla se arriva tardi in ufficio o se commette qualche errore, tanto, nella sua posizione di capofamiglia, è consapevole che qualsiasi cosa le dica e qualsiasi sia il tono con cui la dice, non può in alcun modo ferirla. Come donna chiusa in un universo assolutamente maschile, Michale non può sentirsi offesa: è già un grande privilegio che le sia concesso di lavorare. Anche lui, figlio di una religione patrilineare in cui la salvezza passa solo per la linea maschile e dove le donne devono soprattutto dimostrare modestia, la tratta con quella sufficienza che non significa mancanza di affetto.
Soprattutto Michale ha un amante. Un uomo che la fa sentire donna, che brucia di passione per lei e che la fa bruciare di identico calor bianco. A lui ella dedica ogni suo momento libero, a lui telefona continuamente non appena è sicura che gli altri non possano sentirla.
Tutto andrebbe avanti in questa quieta tragedia ibseniana se la guerra non ci mettesse lo zampino nella forma di un attentato terroristico nel quale muore proprio l’amante. Di qui in poi comincia per la donna un calvario dolente.
Messa una maschera poco credibile con la quale dichiara al mondo che niente le è successo e che tutto va bene, la protagonista di Avanim non riesce più a tollerare il modo con cui viene trattata dagli uomini della sua vita. Impossibilitata ad elaborare il suo lutto che deve restare segreto come la relazione che l’aveva sin lì sostentuta, Michela si consuma in piccole esplosioni di malumore che minano al fondo i rapporti col marito e con il padre.
Per tutta la pellicola la donna attraversa la scena con sul volto lacrime di pietra ben visibili a tutti, ma al fondo incomprensibli. I singhiozzi soffocano le sue parole rendendole aspre e spinose. Il non detto si impone alla sua esistenza e le impedisce di trovare qualsiasi forma di accomodamente e compremesso. Il suo essere donna grida ad ogni passo l’esigenza di restare sola, a leccarsi una ferita che se ne sta nascosta nella sua coscienza.
La macchina da presa che, fino a questo punto aveva seguito la sua vita con una partecipazione distaccata, ma comprensiva, comincia a registrare la sua perdita di un centro. L’inquadratura traballa, si fa mossa in un mondo che, di colpo, le preme intorno confuso ed incomprensibile. Lo sguardo la perde spesso, mentre si muove per la città o tra le pentole della cucina, quasi il regista senta la tentazione di arrendersi di fronte al suo dramma tanto forte, quanto solitario. Quand’anche il suo primo piano riempie lo schermo, sono i suoni confusi del mercato o delle cerimonie a rendere il senso di un dolore interiore inarrestabile. Quasi che le voci che ascoltiamo fuori fossero le stesse che le gridano dentro mille espressioni di un lutto non maturabile.
Nadjari compone uno dei più intensi ritratti di donna degli ultimi anni. La sensibilità del suo sguardo non cede alle lusinghe del facile melodramma ad un solo personaggio, ma affonda con chirurgica precisione nel mondo nel quale quel personagio vive. Uno sfondo che non è semplice testimone della tragedia, ma attore e artefice di quella stessa tragedia. La macchina da presa non perde di vista il senso del suo discorso per un momento che sia uno. E così ogni personaggio acquisisce un senso ulteriore. E’ se stesso, ma anche espressione della società che l’ha prodotto.
Avanim è storia esemplare di grande impatto emotivo. Ti conficca una spina nel cuore e si augura che esso non sia di pietra come il mondo che descrive. Ti chiede compartecipazione e riflessione, capacità di approfondimento critico.
Non si capisce sinceramente perché un simile gioiello non sia mai uscito in Italia. Di questo nostro silenzio dovremmo vergognarci.


CAST & CREDITS

(Avanim); Regia e sceneggiatura: Raphael Nadjari; fotografia: Laurent Brunet; montaggio: Godefroy Fouray; musica: Nathaniel Mechaly; interpreti: Asi Levi, Florence Bloch; produzione: Shilo films, Transfax Films, La Compagnie des Phares et Balises; origine: Israele, Francia, 2004; durata: 105’


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