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Pesaro 45 - Beaufort - Cinema Israeliano

Pubblicato il 24 giugno 2009 da Alessandro Izzi


Pesaro 45 - Beaufort - Cinema Israeliano

Joseph Cedar, regista di Beaufort, è stato per due anni (dal 1987 al 1989) soldato di fanteria di stanza in Libano. Sul campo si era distinto per una certa dose di inscoscienza ed era stato anche ammesso nel corso ufficiali. Ha conosciuto, quindi, di prima mano, alcune delle tappe salienti del conflitto più sanguinoso oltre i confini palestinesi del finire dello scorso millennio, rischiando, probabilmente, la propria vita sotto i bombardamenti e i colpi d’artiglieria dell’esercito "nemico". Alla fine del secondo anno della sua carriera militare un bivio si è parato di fronte al suo percorso: una strada gli indicava le vie della guerra, del combattimento armato, della vita all’interno di un esercito col quale aveva imparato a convivere (per quanto si possa imparare a convivere con l’inferno della guerra), un’altra puntava verso la carriera nel mondo della televisione e del cinema. Una via sicuramente meno rischiosa e che lo rimetteva sui binari del suo background culturale fondatosi sulla facoltà di filosofia frequentata nel periodo universitario e il suo amore per lo spettacolo. Delle due strade scelse quella che lo portava più lontano dai campi di battaglia, ma il fragore delle bombe se lo portò appiccicato all’anima, come un’eco inestinguibile che gli risvegliava dentro il ricordo delle notti insonni e della paura dello scontro che attanaglia lo stomaco con artigli di ferro.
E la paura è proprio la vera ed unica protagonista di Beaufort. Paura delle bombe che cadono, paura dei turni di guardia nelle postazioni più indifendibili, paura di restare soli durante le scontro e, soprattutto, paura di non averne abbastanza di paura. Perché in certi momenti della battaglia, quando intorno è una grandinata di proiettili e l’aria è invasa dal sibilo dei colpi di mortaio, la paura può davvero fare la differenza tra la vita e la morte mentre gli atti più eroici sono spesso frutto dell’incoscienza e dello spregio di sé. Lo dice bene, nel film, il personaggio del padre di uno dei soldati morti quando in un’intervista televisiva ammette che il motivo del suo fallimento come figura genitoriale sta tutto nel non essere stato capace di insegnare al proprio figlio quale dono prezioso fosse la sua stessa vita. Perché un ragazzo che parte volontario per la guerra non è quell’eroe di cui parlano il governo e i telegiornali nazionali, ma un inerme bambino cui non è stato insegnato ad aver paura di quella strada che è sempre pericoloso attraversare quando, di giorno, passano le macchine.
Beaufort parla di questo: di soldati che entrano baldanzosi nel campo di battaglia convinti di sapere tutto della vita e della guerra che piano piano sono costretti a scendere a patti con l’atavica paura di morire. I protagonisti del film sono ragazzi qualunque che si riscoprono fratelli in nome dello stesso bisogno di sopravvivere. Persone che si scaldano l’un l’altra, nel freddo della notte, con gli sguardi di chi sa di dover convivere, Dio solo sa per quanto, nello stesso lurido inferno. La macchina da presa non ha sguardi che per loro. Si concentra sui loro gesti, sui loro sogni troppo spesso spezzati, sulle poche parole scambiate dietro una trincea quando, tra una bomba e l’altra, si aspetta il momento migliore per uscire allo scoperto.
Nel comporre questo piccolo trattato sulla paura, Jospeh Cedar racconta una realtà che ha toccato con mano e questa intimità con l’orrore la si percepisce ad ogni inquadratura. Il suo sguardo umanista abbraccia uno per uno i personaggi che mette in scena e per ciascuno ritrova una pietà che nasce dalla condivisione e dalla consapevolezza e non dai termini astratta di chi racconta una realtà che gli è aliena.
E’ per questo che Beaufort non diventa un Orizzonti di gloria in salsa israeliana. Perché in questo film la concretezza della vita viene prima dell’estetica cinematografica, perché l’urgenza del contenuto supera d’un sol colpo tutte le scelte formali recuperandole a posteriori, in prospettiva, donando loro un senso.
Poi, ma solo dopo che abbiamo imparato ad amare tutti gli uomini che compongono la sfortunata compagnia che dovette difendere l’indifendibile fortezza di Beaufort, sopraggiunge la consapevolezza che questo concentrare l’attenzione sugli sguardi dei personaggi e sul terrore che si legge sui loro volti, nasconde una precisa consapevolezza politica ed un preciso intento etico. Perchè questo esercito non deve combattere un solo nemico, ma due. Il primo è l’invisibile esercito che continua a bersagliarlo coi suoi colpi d’artiglieria e che presto potrà conquistare questa collina dominata da una fortezza crociata; il sencondo è lo stesso governo che li ha mandati lì a morire senza un perché e che si ostina a tenerli di stanza in quell’estremo baluardo solo perché dalla cima di quelle rocce possa continuare a sventolare la bandiera d’Israele. E questo governo invisibile che manda proclami e continua a tramare nell’ombra decidendo i destini degli altri sulla base di piani astratti che nessuno si preoccupa di spiegare ai soldati semplici che nel frattempo devono morire, è forse anche più spaventoso di quei palestinesi che, quando li vedi, ti sembrano tanto uomini come te e come me.
Joseph Cedar torna a Pesaro a tre anni dall’uscita di Campfire. Ci torna con un film che è stato giustamente candidato all’Oscar come miglior film straniera. Ci torna con un gioiello che gli fa onore. Con un piccolo grande capolavoro.


CAST & CREDITS

(Bufor); Regia: Joseph Cedar; sceneggiatura: Joseph Cedar, Ron Leshem; fotografia: Ofer Inov; montaggio: Zohar M. Sela; musica: Ishai Adar; interpreti: Ohad Knoller, Ami Weinberg, Alon Abutbul, Oshri Cohen, Itay Tiran, Eli Altonio, Danny Zahavi; origine: Israele, 2007; durata: 125’


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