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Pesaro 45 - Descriprion of a memory - Cinema Israeliano

Pubblicato il 29 giugno 2009 da Alessandro Izzi

VOTO:

Pesaro 45 - Descriprion of a memory - Cinema Israeliano

Description of a Memory è tutto ciò che il Grande Cinema dovrebbe sempre essere.
Le parole di una recensione non possono contenere il senso dell’esperienza della visione. Nè restituirne intatta l’emozione.
Certo si può dire che il film è un capolavoro, sicuramente il capolavoro di questa Rassegna dedicata al Cinema Israeliano, ma con questa affermazione non si riesce a restituire il senso di sgomento e commozione che si prova durante la proiezione, né si riesce a dar conto del senso di gratitudine con cui si battono le mani, alla fine, con la consapevolezza che un grande privilegio ci è appena stato fatto.
Dan Geva si mette sulle tracce di Chris Marker e ripercorre, con la sua videocamera ben più leggera della vecchia camera stylo cara alle Nouvelle vagues, le tappe salienti del viaggio in Palestina compiuto dal grande regista francese nella volontà di testimoniare la nascita del Nuovo Stato d’Israele. O meglio la rifondazione di una Nazione vecchia di ben oltre duemila anni.
Marker aveva sognato un’utopia. Aveva guardato al suo presente e vi aveva colto sia l’indelebile ricordo di un bruciante passato (troppo vicino era, al tempo, l’orrore della Shoa) sia i possibili germi per il futuro. Pur nella consapevolezza delle contraddizioni di uno stato sovrano che doveva imparare a convivere col mondo arabo/palestinese, l’autore francese aveva colto, nel riconoscimento di una Nuova Terra sotto una Nuova Bandiera, la possibilità di un risarcimento alle ingiustizie subite dal popolo ebreo e aveva sinseramente sperato che il futuro potesse aprirsi a sogni di riscatto e di pace. Come negli occhi di Alì che pensava alle Olimpiadi e alla corsa e si proiettava verso futuri trionfi. Come gli sguardi giovani delle persone al mercato che compravano la frutta e cominciavano finalmente a sentirsi a casa. Come i due gemelli architetti che disegnavano palazzi col pensiero a quando questi sarebbero stati costruiti. O come, infine, alla ragazza, vecchia come il nuovo stato di Israele che dipingeva, Dio solo sa cosa, e che Marker vedeva come un segno, un presagio del futuro. E’ questa la prima immagine che torna alla memoria del regista quando ripensa al capolavoro di Marker Description of a Struggle. L’immagine di un sogno: un collo lungo, come di cigno, una delicata concentrazione, il moto fluido sul pennello di una tela che non vediamo e un jump-cut che rilancia all’infinito il gesto e lo trasforma in un evento.
Ma lo sguardo del turista non è simulabile. Dan Geva in quelle terre ci è nato e ci ha vissuto, ne conosce fin in fondo le intime contraddizioni. Quella realtà che vuol filmare gli diventa tra le dita altro che pura immagine. Soprattutto gli si riempie di un senso politico che è nuovo. All’ironia dell’immagine markeriana del cammello che passa vicino al cartello che segnala all’aumobilista la presenza di dossi si sovrappone, in una limpida dissolvenza incrociata, l’omologazione della M simbolo dei McDonalds. Al sogno dei kibbutz che parlavano di pace e di socialismo realizzabile si sostituisce un mondo votato al capitalismo più sfrenato. Sul terreno di una convivenza possibile tra mondi diversi si aggiunge come una ruga un muro che, potesse parlare la lingua dei muri, lamenterebbe il fatto di essere più basso del fratello di Berlino. Il furto della terra ha preso il posto del giusto risarcimento ad una popolazione sopravvissuta allo sterminio.
E anche i sogni si sono trasformati in altro, sono diventati cocci che nessuna colla può più rimettere insieme. Gli architetti filmati di Marker i loro palazzi gli hanno alla fine ricostruiti, ma i loro palazzi del governo, studiati per permette le strette di mano tra i diplomatici, non hanno mai ospitato negoziati di pace. Alì il suo carretto l’ha trasformato in una bomba per un attentato. E la stessa bimba pittrice, che Marker aveva guardato come simbolo della nazione, ha preferito un giorno andate via, trasferirsi a Londra dove continua a dipingere sempre lo stesso soggetto: quella casa che non ha mai potuto avere.
In un adirivieni tra presente e passato, con la macchina da presa che si fa pendolo oscillante tra sogno e memoria, Dan Geva si interroga sul senso del passato e sul valore dell’immagine. Il suo film è un dialogo costante tra il prima e il dopo, tra memoria e oblio, un dialogo che si riempie di presente e piange l’orrore dell’occupazione con parole che si stampano nell’anima. Il suo film è un apririsi inesausto di punti interrogativi che non ammettono risposte consolatorie.
E la parola "fin", rubata al capolavoro di Marker si fa ambigua, si riempie di dolore, si trasforma in un grido trattenuto che lamenta le vittime di guerre insensate, che pensa ai giovani soldati mandati al macello in nome di un muro e ai contadini che devono combattere anche solo per il diritto di orinare su quelle terre che prima gli appartenvano di diritto.
Ed è qui che si capisce che la memoria non va descritta, ma decriptata, perchè più si guardano le immagini di Marker più queste si fanno distanti, più ci parlano di un mondo che non è mai esistito anche se è sempre stato potenziale. E noi si resta muti, col rimpianto di un altrove che forse non potrà mai essere per davvero.


CAST & CREDITS

(Description of a memory); Regia, sceneggiatura e fotografia: Dan Geva; montaggio: Dan e Noit Geva; produzione: Habayit Hakatom; origine: Israele, 2006; durata: 80’


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