Pesaro 45 - Hospice - Bande à part

Forse il modo migliore per accostarsi ad un’opera come Hospice di Andrea Caccia è partendo dalla sua fine. Del resto la stessa epigrafe posta a conclusione del lavoro ci dice chiaramente, attraverso le parole di Eliot, come fine ed inizio si prendono per mano in quel lungo e travagliato girotondo cui diamo il nome di vita.
Quel che ci interessa particolarmente, in questo senso, è il brano musicale che il regista ha scelto per accompagnare le ultime sequenze del film: Titanic Hymn (Autumn) All strings di Gavin Bryars. Si tratta, in effetti, dell’inizio di The Sinking of Titanic, una composizione estremamente lunga e complessa che prende spunto dall’affondamento del transatlantico immortalato da Cameron nel suo omonimo film per tentare l’inedita strada di una forma di musica concettuale a metà tra il concerto e la rappresentazione performativa. Autumn, di fatto, è il punto iniziale della composizione, lo starting point (dopo una breve introduzione di neanche due minuti composta solo da rumori assai concreti) della commossa rievocazione di una fine. Soprattutto è il racconto di uno degli episodi più celebri della storia di questo inesorabile inabissamento: quando la piccola orchestra, nei momenti finali della tragedia, si riunì per suonare, al mare, un ultimo brano, un dolce inno di accompagnamento alla morte e all’inevitabile fine.
Ed è proprio questo il senso del lavoro di Andrea Caccia. Non il racconto di un’agonia, non il racconto della sofferenza di chi, malato terminale, attende l’inevitabile e sospirata conclusione della sua stessa esistenza all’interno di un hospice, ma la narrazione fedele di cosa significhi dare dignità alla morte, di cosa significhi, per un medico come per un’infermiera, accompagnare una persona oltre le soglie del suo ultimo respiro.
Raccontare questa dignità (che è qualcosa di più di un dovere etico) richiede uno sforzo notevole, richiede l’abbandono di ogni inutile orpello formale e la ricerca, per il regista che abbia l’ardire di cimentarsi in quest’ardua impresa, di una semplicità che sia frutto del rispetto del significato del dolore.
Andrea Caccia sceglie, per Hospice, l’estrema linearità di un’esilissima traccia narrativa: una giornata appena, all’interno della struttura, dalla notte alla mattina immediatamente successiva. Una fine che prende per mano un altro inizio. All’interno di questo quadro elementare, da limpida metafora, l’autore punta il suo sguardo sul dolore, seguendolo in punta di piedi, senza cedere mai alla tentazione della pornografia della sofferenza che tanto piace alla moderna televisione non solo italiana.
Nello spazio di appena trenta minuti, Caccia costruisce un commosso Requiem della vecchiaia e della malattia. Consapevole sempre, ci pare, che il valore di una messa da Requiem non sta tanto nel ricordo del defunto cui è dedicata, ma nell’interrogazione necessaria che si porta dentro, tra le note ed i silenzi, sul significato stesso della Morte e della Vita.
Esattamente come la musica che si poteva sentire tra i rumori del Titanic che affondava. Un inno alla vita sorto miracolosamente in un luogo di morte.
(Hospice); Regia: Andrea Caccia; fotografia: Massimo Schiavon; montaggio: Marco Piccarreda; musica: Carlo Cardelli; produzione: Roadmovie con il contributo di Idea insieme A.O.U. Novara/Unità operativa di cure palliative; origine: Italia, 2008; durata: 28’
