Pesaro 45 - The insomnic city cicles - Cinema Israeliano

Tel Aviv: un uomo che soffre di insonnia cerca di capire se ciò che ricorda (una sparatoria di cui è stato vittima) è accaduto realmente o è solo frutto della sua mente preda dell’assenza di sonno. In un ciclico ritornare di pensieri e suggestioni prendono corpo, nella sua mente, o forse altrove, i preprativi per un omicidio. Una donna muore, un sicario la raggiunge col volto coperto da un sacco, un altro sembra un gangster rubato da Scarface. Fuori, o forse dentro, la città si fa ambigua: palazzi si muovono, assumono altre forme, altri contorni. Le strade divengono arterie di un flusso sanguigno inarrestabile, le nuvole sono fuggevoli come i pensieri.
Resnais incontra la videoarte in The insomniac city cycles. La narrazione, sperimentale, si ingarbuglia nella mancanza di un centro gravitante tra i poli dell’incipit e dell’epilogo. Voci fuori campo e musica si alternano e si sovrappongono in un disegno sperimentale che accetta al suo interno codici eterogenei: dalla fotografia metropolitana rifondata tra le spire di effetti speciali al gioco degli archetipi del film giallo col cadavere della donna che annega in una pozza di sangue (ma trova il tempo di cantare la sua agonia come in un musical) e le pistole che sparano.
L’opera, che sfugge ad ogni facile tentativo di definizione, si costruisce sull’idea della percezione distorta del suo stesso protagonista. E’ un poemetto di allusioni e di ellissi in cui il montaggio mima le libere associazioni di una mente che sogna. Le voci forniscono all’intero apparato quel minimo di coerenza narrativa che permette all’eterogeno una bizzarra convivenza.
Durante le proiezione si rimane colpiti dalla gestione dello spazio urbano, dal modo in cui i palazzi sono ripresi e riformulati in un disegno che mobilita l’architettura e ne fa personaggio a tutti gli effetti. Sono notevoli le spire mutevoli che investono Tel Aviv e la trasformano in una Venezia del medioriente o in una città tra le nuvole che non sarebbe stata cattiva location per un episodio di Star Wars. Anche quando la macchina da presa la abbandona per inseguire le sirene di una vera città acquatica dell’estremo oriente (è Honk Kong?) lo sguardo sulle strutture mantiene inalterato il suo indubbio fascino formale.
Purtuttavia l’inclassificabilità di The insomniac city cycles oltre ad essere il motivo del suo fascino è anche il suo limite. A metà tra film da Festival e videoinstallazione pura e semplicie, il film pare ancorato alle logiche di un’estetica spuria, in certi momenti anche un po’ datata. E l’eccessiva lunghezza (settanta minuti) fa sentire la mancanza di un contenuto forte che sappia farsi contenitore di queste pur suggestive vedute dell’anima. Forse il Tempo ci dirà che era un capolavoro. Per adesso dobbiamo accontentarci di sognarlo a distanza, un po’ sedotti dalla sua indubbia qualità formale, un po’ respinti dalle sue vocazioni intellettuali.
(The insomniac city cycles); Regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio, musica: Ran Slavin; interpreti: Lee Trifon (Donna), Adi Gilad (Uomo nel negozio d’animali), Yaniv Abraham (il Dandy assassino), Irad Mazliah (Uomo nel parcheggio e ballerino mascherato); produzione: Nocturnal Rainbow; origine: Israele, 2004-2009; durata: 70’
