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Pesaro 45 - Videoarte israeliana - Cinema Israeliano

Pubblicato il 27 giugno 2009 da Alessandro Izzi


Pesaro 45 - Videoarte israeliana - Cinema Israeliano

E non poteva mancare, all’interno di questa retrospettiva sul cinema israeliano contemporaneo, anche una rappresentanza della Videoarte, una realtà, a giudicare da quanto abbiamo avuto modo di vedere, estremamente vitale e sfaccettata.
Il video, anzi, sembrerebbe riuscire a garantire quella libertà di espressione sia formale che contenutisica che il cinema non riesce e non può avere e che è il sogno di qualsiasi intellettuale. Le opere presentata qui a Pesaro, molto diverse l’una dall’altra, hanno in comune, comunque, una volontà a trovare un equilibrio tra le istanze formali (volte ad una ricerca estremamente variegata e complessa) e l’espressione di un pensiero politico che superi d’un sol colpo tutte le possibili forme di censura (molto poche, incredibilmente, soprattutto se si considera che Israele è in uno stato di guerra pressoché permanente).
Difficile riuscire a dare conto, anche solo brevemente, di tutti gli aspetti che contraddistinguono questa produzione assai sfaccettata. La silloge di video presentati nella finestra pesarese, infatti, pur se contenuta in un’ora o poco più di programma, voleva essere (e c’è riuscita) la dimostrazione di una varietà non facilmente riconducibile a comuni denominatori. Cosa unisce, infatti, un’opera come A declaration (di Yael Bartana) a Father (di Doron Solomons) se non la comune appartenza alla terra di Israele e un identico afflato di pace? Se il primo è, infatti, un semplice poemetto pacifista che racconta, con poche pregnanti inquadrature la fatica di un uomo che, su una barca a remi, raggiunge uno scoglio su cui è piantata la bandiera israeliana e la sostituisce con un albero di olivo, il secondo, denso di manipolazioni digitali dell’immagine, racconta il dilemma psicologico dei bambini costretti a vivere sulla loro pelle l’orrore degli attentati terroristici e delle bombe umane. In questa breve opera, in particolare, è estremamente intrigante il fatto che il padre del titolo, che cerca di allontanare l’attenzione della figlia dalla paura degli attenteti mediante brevi spettacoli di magia, sia talvolta palestinese, altre volte israeliano, in un desiderio di comprendere ed immedesimarsi nell’altro che, come abbiamo avuto modo di vedere, resta uno degli aspetti più intriganti della produzione artistica contemporanea in terra di Israele. Il video viene, quindi, utilizzato per raccontare in chiave poetica e spesso ironica una realtà scottante e controversa.
Da parte sua Bartana sembra intenzionato ad usare il video per documentare, in maniera spesso anche molto radicale, la situazione politica prediligendo la ripresa di eventi pubblici (come potrebbe essere il cambio della bandiera cui abbiamo accennato che è, però chiaramente, un evento verosimile, ma simbolico) dimostrando, attraverso le sue opere come la percezione della realtà sia modificata dai media che, pur non censurando come dicevamo le idee diverse da quelle governative, resta comunque in uno stato di perenne propaganda. E’ il caso del breve Summer camp che racconta la ricostruzione di alcune case distrutte dai bombardamenti ironizzando (grazie soprattutto alle scelte dei brani musicali che accompagnano l’immagine e che ricordano certi momenti di cinema propagnadistico sovietico) sulla collettività e sull’utilità del gesto.
Un tema questo che ritorna sia nelle opere di Yossi Attia e Itamar Rose che giocano con il modello del documentario d’assalto alla Micheal Moore con interviste ai passanti sugli argomenti più scottanti (il più divertente è la richiesta di inventarsi una nuova bandiera per uno stato arabo isrealiano), sia, soprattutto, in 21:40 di Boaz Arad nel quale il regista chiede ad alcuni passanti di ricostruire, davanti alla macchina da presa, le tappe dell’assassinio di Rabin che era stato ripreso fortuitamente anche in TV. Il fatto che ognuno degli intervistati racconti la storia a modo suo aggiungendoci dettagli del tutto immaginari è la dimostrazione per assurdo della non oggettività del media televisivo che pure aveva mandato e rimandato sui vari canali quelle immagini terribili.
Ancora diverso il caso di Guy Ben-Ner che gira, in inglese, Stealing beauty una divertita e divertentissima parabola familiare incentrata sulle difficoltà di un padre di far comprendere ai figli il valore della proprietà privata. Il paradosso è garantito dal fatto che la famiglia vive all’interno di un grande magazzino, alla vista di tutti gli acquirenti che, per lo più, fingono di ignorare la loro presenza.
Più legata all’esperienza del videoclip è l’opera di Aylet Ben Porat che in T.M.B. mette a contrasto le scene giubilanti dell’arrivo a Gerusalemme degli ebrei della Diaspora con quelle dei campi profughi palestinesi. Un gioco di contrasti reso particolarmente efficace dell’impiego della musica techno.
E nei campi palestinesi è, infine, ambientato anche Hell’s Angels di Dana Levy che racconta dei giochi che i bambini arabi riescono ad inventarsi all’interno dei palazzi sventrati dai bombardamenti e nell’orrore della condizione di profughi. La parabola può apparire un poco risaputa, ma è resa efficace dalla bruciante attualità delle riprese.


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