Piccoli affari sporchi

Dirty Pretty things è uno di quei film-denuncia in cui il ritratto di una precisa realtà sociale si coniuga, con sapienza, alle ragioni dello spettacolo e del puro e semplice intrattenimento. Una formula cinematografica, questa, di cui gli inglesi sembrano essere, da tempo, i soli autentici possessori e che, anche se in certi casi finisce per portare ad opere che danno più spazio a ragioni di carattere puramente commerciale (vedi il caso Full Monty, o anche quello di Billy Elliot), non rinuncia mai ad un discorso di fondo intelligente, poetico e politico sulla realtà contemporanea entro cui pure si muove e si sviluppa. Nella cornice di una storia che ha tutte le caratteristiche del thriller metropolitano, con le sue torbide atmosfere urbane sottolineate da una fotografia forse un po’ troppo patinata ma efficace e da una musica che si cala intelligemente nel solco del suo ben consolidato genere cinematografico, Frears dà vita e respiro ad una vicenda che ha tutto il sapore di una violenta requisitoria contro il governo e contro l’applicazione delle tante, troppe contraddizioni delle leggi sull’immigrazione. Il film narra la storia di Okwe, un immigrato nigeriano, un medico sempre rispettoso degli imperativi categorici propri della sua professione, che è stato costretto ad abbandonare la propria patria, e la propria figlia di sette anni, per motivi politici. Per sbarcare il lunario, in un paese che lo ospita sottopagandolo illegalmente, egli deve necessariamente sobbarcarsi di mille diverse occupazioni. Sicché, pur trovando il tempo per curare altri immigrati illegali che non possono usufruire dell’assistenzialismo dello stato senza correre il rischio dell’espulsione, è costretto a lavorare come tassista di giorno e come portiere di un albergo di notte. Ed è proprio in questo albergo che egli scopre le tracce di un macabro commercio di organi con sedicenti dottori che si dedicano a sporche operazioni chirurgiche sventolando ai malcapitati di turno (spesso immigrati) il sogno di un documento d’identità falso, di un po’ di soldi e della possibilità di costruirsi finalmente una nuova vita in Inghilterra o in un qualche altro posto. A margine di questa vicenda a tratti angosciante, trova spazio anche un’impossibile storia d’amore tra il protagonista e Senay, una bella ragazza turca (la interpreta, ottimamente, la Aurey Tatou de Il Favoloso mondo di Amelie), profondamente religiosa, che sogna una vita migliore. Il regista soffoca i suoi personaggi in un clima di perenne indeterminatezza, li cala in contesti narrativi in cui sono costretti a muoversi spaesati ed incapaci a trovare, non tanto una propria identità, quanto piuttosto un preciso riconoscimento interiore quanto esteriore della propria dignità di esseri umani. Il loro sguardo è incredibilmente sempre rivolto verso un altrove che appare così vicino e a portata di mano, ma è sempre irraggiungibile, e anche il sogno di una vita migliore finisce sempre per urtare contro lo scoglio di una realtà soffocante ed asfittica. Frears non dà mai spazio alle loro visioni interiori, non visualizza i loro sogni e le loro aspirazioni, ma disegna loro intorno uno spazio chiuso e quasi concentrazionario (le cameriere che sono costrette, ogni volta che entrano in albergo per lavorare, a farsi riconoscere dalla macchina da presa, un gesto ripetuto e sottolineato dal regista, le continue incursione degli agenti dell’ufficio immigrazione che sembrano quasi rincorrere personalmente la protagonista per ogni dove) che sembra non volere concedere nulla alle loro piatte esistenze. Anche il finale, di mesta poesia, con la melodrammatica separazione della coppia di innamorati, è governato dalla consapevolezza comune che, per persone come loro, ogni sogno è irrealizzabile e che la stessa New York, meta provvisoriamente definitiva della giovane Senay, non sarà quella città incantata con le cabine gialle dei taxi e le musiche di Gershwin raccontata in tanti film. Qua e là trova spazio un humor mai greve, con tocchi inaspettati da commedia che alleggeriscono il racconto, regalando allo spettatore uno dei migliori film presentati a questa mostra.
(Dirty pretty things); Regia: Stephen Frears; sceneggiatura: John Knight; fotografia: Chris Menges; montaggio: Mick Audsely; musica: Anne Dudley; interpreti: Sergi Lopez, Audrey Tautou, Zlatko Buric, Chjwetel Ejofor; produzione: BBC, Celador Production; distribuzione: Buena Vista International Italia
