Pinocchio

Dopo aver aperto le Giornate degli Autori all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, arriva nelle sale italiane il Pinocchio di Enzo D’Alò. Ennesima trasposizione cinematografica della favola di Collodi, questa volta firmata dal più coraggioso regista d’animazione italiano, il film è una preziosa opera d’artigianato che ci riporta un’arte dell’anima, del cuore. Un prodotto fatto con passione e delicatezza, con amore e dedizione nei confronti di un “mestiere” (l’animazione) che da noi in Italia non è mai riuscito a prendere piedi con successo. Nonostante questo, non possiamo però elogiare in pieno il nuovo lavoro di D’Alò, che non riesce a raggiungere i livelli de La gabbianella e il gatto e La freccia azzurra. Se da un lato infatti il film è una gioia per gli occhi, con i suoi tratti semplici e stilizzati ma originali, per la sua capacità di essere allo stesso tempo realistico e onirico, dall’altra si sente fortemente il peso di una sceneggiatura fragile e lacunosa.
Gli splendidi paesaggi, le scenografie e i personaggi realizzati dal disegnatore Lorenzo Mattotti illuminano lo schermo in ogni scena. Non si possono non citare, ad esempio, il paese dei Balocchi, un vero gioiello scenografico, quasi di una cupezza espressionista, e la taverna del Gambero Rosso, un vortice visivo ipnotizzante. Purtroppo però tale bellezza estetico-formale non trova un apparato narrativo altrettanto convincente e sorprendente. Tutt’altro. Il racconto messo in piedi da D’Alò scorre troppo frettolosamente. La riduzione attuata dal regista e da Umberto Marino dell’opera letteraria di Collodi non trova equilibrio tra le parti, procede singhiozzando, sorvola su situazioni e rapporti importanti e perde per strada alcuni personaggi fondamentali (la Fata Turchina, il Grillo Parlante). La storia del burattino più famoso del mondo appare talmente semplificata da risultare disarticolata. E così Pinocchio vive di momenti, anche notevoli in alcuni casi, ma non riesce a darsi un’unità, una compattezza. Costruito sulle straordinarie note del compianto Lucio Dalla, che firma una colonna sonora variegata e appassionante, il Pinocchio di D’Alò è una magnifica attrazione, un bellissima giostra di colori e sentimenti, che però procede a scatti e diverte in modo frammentato, lasciando emozioni che non trovano continuità. Si passa troppo velocemente da una sequenza all’altra e in alcune di esse la situazione appare solo abbozzata e mai approfondita nelle sue sfaccettature.
D’Alò ha avuto senza dubbio coraggio a sfidare un classico come quello di Collodi, ma la partita è stata vinta solo in parte. D’altronde - lo sappiamo - non è un romanzo semplice da trasporre sullo schermo, con i suoi infiniti personaggi, i cambi di “scena” continui, gli innumerevoli sottotesti. Comencini è lontano anni luce, ma nell’era del digitale, delle tre dimensioni e dell’animazione seriale e ironicamente “scorretta”, il film di D’Alò si fa apprezzare per la sua delicatezza e per il suo obiettivo ambizioso.
(Pinocchio) Regia: Enzo D’Alò; sceneggiatura: Enzo D’alò, Umberto Marino; montaggio: Gianluca Cristofari; musiche: Lucio Dalla; scenografia: Lorenzo Mattotti; voci: Gabriele Caprio (Pinocchio), Mino Caprio (Geppetto), Rocco Papaleo (Mangiafoco), Maurizio Micheli (il Gatto), Maricla Affatato (la Volpe), Paolo Ruffini (Lucignolo), Carlo Valli (Grillo Parlante), Lucrezia Maricchi (Turchina), Pino Quartullo (carabiniere), Riccardo Rossi (carabiniere), Dario Penne (direttore della scuola), Andy Luotto (oste), Lucio Dalla (Pescatore verde); produzione: Cometafilm, Iris Productions, Walking the Dog, 2d3D Animations, Rai Fiction; distribuzione: Lucky Red Distribuzione; origine: Italia, Belgio, Francia, Lussemburgo; durata: 84’.
