Politica mon amour - Sui premi alla Croisette

Forse non sarà stata un’edizione memorabile questa Cannes 61°, tuttavia alcuni motivi di soddisfazione si possono ritrovare – almeno per noi che l’abbiamo vissuta piena di film controversi, talvolta irrisolti ma al tempo stesso vitali. Guidata dal combattivo ed engagé Sean Penn che si era ripromesso di non comportarsi “come agli Oscar”, la Giuria ha consegnato alla Croisette un verdetto quasi “inattuale” volto a premiare il cinema d’autore europeo e soprattutto quello di argomento politico (!?). In questa chiave (una delle tante possibili, per carità) si deve, infatti, leggere il complesso del Palmares 2008 che ha visto al suo centro sostanzialmente tre nazioni: la Francia, gli Stati Uniti e un’Italia rediviva e fresca fresca della recente sconfitta elettorale con cui la sinistra è scomparsa dal nostro Parlamento. Ma andiamo per ordine, partendo dai padroni di casa che hanno finalmente incassato, dopo 21 anni di attesa, l’Oro di Cannes. In Entre les murs, film finale di un Concorso inzeppato come un uovo dentro una programmazione generale del Festival a dir poco demenziale, Laurent Cantet (Risorse umane, A tempo pieno, ecc.) ha avuto la fortuna (e/o abilità) di trovare in un trino François Bégaudeau (autore del volume omonimo autobiografico da cui è tratto il film, nonché sceneggiatore ed infine protagonista dello stesso) un partner formidabile con cui dipingere i disagi, le disfunzioni del sistema scolastico e della società multietnica francese tramite l’esperienza di un anticonformistico professore della Media. Qualcosa ricorda le prische commedie politiche del conterraneo Robert Guédiguian, qualcos’altro lo stile bressoniano dei fratelli belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne (ancora una volta premiati qui a Cannes per la sceneggiatura de Le silence de Lorna, forse un tantino al di sotto delle loro prove maggiori); tuttavia il regista francese ha poi trovato una chiave tutta propria che riesce a far tesoro sia di un’originale forma di docu-fiction sia di un accorto uso del digitale. Al di là di tutto, al di là del messaggio un po’ scontato (e a tratti vagamente “buonista”: la scuola di banlieu è ben più dura e inesorabile di questa, esteticamente quasi raffinata), ciò, però, che ci ha maggiormente colpito, è l’aspetto linguistico del film, la sua formidabile capacità di cogliere e definire un ambiente come ormai difficilmente l’audiovisivo globalizzato sa fare, imbastardito com’è da reality show e da tv mascherata da cinema. E questo non grazie a sceneggiatori sagaci ma all’invenzione, tratta dalla strada, dei suoi giovani protagonisti che hanno improvvisato i dialoghi di Entre les murs. Con una Palma speciale appositamente creata ad hoc per Catherine Deneuve (in ex-equo con Clint Eastwood) non si è voluto solo omaggiare una carriera fuori dalla norma ma dare anche un riconoscimento al controverso Un conte de Noël tanto amato e difeso dalla critica transalpina. Certo Arnaud Desplechin è uno scolaro che fa i compiti troppo lunghi, che tende alla sovrabbondanza e non alla sottrazione, ma ha un talento registico come pochi nel raccontare il romanzo balzacchiano della vita, sia pur esso quello di una folta famiglia alto-borghese capitanata appunto dalla sempre brava e sempre più matronale Deneuve. Passando agli Stati Uniti era quasi impossibile che la fluviale epopea del Che di Steven Soderbergh tornasse a casa a mani vuote. In un ineccepibile e credibile Benicio del Toro (Palma per l’interpretazione maschile), il regista americano ha comunque scovato il protagonista ideale per un’opera rischiosa ed in salita, che non ha mancato di spiazzare (e dividere) molti: film tutto sommato assai poco spettacolare (per di più diviso in due parti molto diverse: la seconda, a noi personalmente, è sembrata più compatta ed efficace, un bel guerriglia-film) e lontano da qualunque mitizzazione di una delle massime Icone del secolo scorso, Che non assomiglia a nessuna bio-pic romanzata, non punta sulla carta dell’eroicizzazione del personaggio, né si azzarda a dare improbabili interpretazioni politiche dell’epoca. Maestro di strade mediane (oppure come vogliono i suoi detrattori, re della medietà cinematografica), Soderbergh ha dunque evitato di cadere nelle ovvie trappole che l’operazione comportava, per offrirci un ritratto spoglio ed essenziale, quasi in sordina, del grande rivoluzionario latino-americano, un “memento” più che un santino – chissà se il pubblico lo saprà apprezzare (negli Usa non ha ancora distribuzione). Ormai il veterano Clint Eastwood (altra Palma “fuori sacco”) non sbaglia più un film e The Exchange – opera classica di sopraffina fattura - lo conferma ancora una volta: una ricostruzione storica di ampio respiro produttivo; una bella, curiosa storia piena di sottofondi politici che conferma quanto già molti anni fa’ ci aveva detto Billy Wilder in Prima pagina e cioè che la polizia di Los Angeles è la più corrotta degli States; una recitazione perfetta dove accanto alla brava Angelina Jolie persino John Malkovich riesce ad apparire un attore di vaglio - che altro pretendere? Abbiamo lasciato per ultimo il nostro vituperato paese che finalmente riesce a cogliere un serio riconoscimento internazionale alla sua nuova leva registica – e lo affermiamo senza nessun compiacimento retorico nazionalista. La doppietta del Gran premio della Giuria a Gomorra di Matteo Garrone e il Premio della Giuria a Il Divo di Paolo Sorrentino (ci sarà qualcuno che ci spiega la differenza?) ci riporta a tempi lontani, alla Palma d’oro del 1972 quando vennero premiati ex aequo Il caso Mattei di Francesco Rosi e La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, entrambi, guarda caso, interpretati da uno stesso attore: oggi Toni Servillo, allora Gian Maria Volontè. Il paragone poi si potrebbe estendere anche al lato estetico: il grottesco barocco di Sorrentino sta un po’ a quello di Petri come l’indagine ricognitiva semisaggistica di Garrone sta a quella di Rosi – solo che il discorso sarebbe parecchio lungo mentre i tempi sono profondamente cambiati (in peggio, in ogni caso, per il cinema italiano). Senza poter approfondire il discorso, prendiamo comunque questo importante successo come un forte segnale al nuovo governo a non azzerare i soldi (già miseri) per sostenere la produzione cinematografica e come incoraggiamento ai nuovi autori a proseguire su una strada che non sia solo quello del puro intrattenimento o della sciatteria tv.
Per concludere l’esame del Palmares che sinora ci ha trovati sostanzialmente d’accordo e che ha tagliato fuori gran parte del mondo non occidentale, due sono le scelte che non ci sentiamo invece di poter condividere: la palma della migliore interpretazione femminile a Sandra Corveloni per il mediocre e scontato Linha de passe di Walter Salles e Daniela Thomas, e il Premio per la regia a Üç Maymun/Three Monkeys del regista turco Nuri Bilge Ceylan, autore che in passato aveva fatto molto di meglio sempre qui sulla Croisette. Se c’era un candidato ideale per questa importante Palma, essa non poteva che andare ad una delle opere più esteticamente originale e più antropologicamente interessanti presentate in tutta Cannes 61°: la docu-fiction di Jia Zhangke Er Shi Si Cheng Ji/24 City, uno straordinario spaccato in vitro, costruito tramite il meccanismo delle interviste, dei cambiamenti della Cina dai tempi della rivoluzione culturale ad oggi. Se infine consideriamo che la “camera d’or” per la migliore opera prima presentata in tutte le sezioni del Festival è andata a Hunger, film inglese d’apertura di “Un Certain Regard”, diretto da Steve McQueen sullo sciopero della fame e la morte del leader dell’Ira Bobby Sands nella prigione di Maze, si comprenderà come erano anni che Cannes non ha così massicciamente privilegiato il cinema di documentazione politica. (Giovanni Spagnoletti)
