Porcile

Roma, Teatro Argentina – Dopo l’Alcesti beckettiana e le Tre Sorelle, si chiude con Porcile la trilogia di produzioni del Teatro di Roma dirette da Massimo Castri. Ancora una volta, dunque, un testo ‘di confine’, espressione di un mondo in crisi.
Porcile è la storia di Julian. Il racconto della sua caduta o della sua liberazione (a seconda dei punti di vista). In un mondo che impone di identificarsi in qualcosa per poter essere riconosciuto, classificato, la risposta di Julian, erede di un potente industriale tedesco, è l’astensione, una sorta di rifiuto nichilista tanto del mondo paterno quanto dell’altrettanto uniformizzante universo che al capitalismo si oppone. Ma l’astensione non è sufficiente. Essa al contrario relega Julian in una condizione di automa. Lo induce ad uno stato di non-vita. La libertà, allora, risulta possibile solo attraverso la fuga dall’esistenza stessa. Di qui, l’abbandono totale di Julian alla sua unica e vera passione (per quanto discutibile secondo i rigidi dettami sociali).
In ogni caso il destino di Julian sembra essere uno: l’essere sbranato da maiali, siano essi reali o figurati. Una scelta tra due porcili. Entrambi concreti nella loro bestialità e fisicità priva di sentimenti. Ed ecco allora che il personaggio accusato ripetutamente di non prendere decisioni, di non voler prendere parte a quel grande gioco di ruolo che è il mondo, la sua decisione la prende eccome: la decisione di non decidere, di non invischiarsi nello sterile porcile che è il mondo ma di abbandonarsi invece alla sincerità della morte attraverso l’unica cosa che lo abbia mai fatto sentire vivo (‘Mai oggetto di passione amorosa è stato così infimo. Ciò che conta sono i fenomeni…’).
La scelta di Castri è quella di interpretare il testo di Pasolini in chiave marcatamente surreale e grottesca. Una sorta di ‘fabula nera’ (come il regista stesso la definisce) in cui dietro la semplicità d’intreccio e personaggi (naif nella loro perfetta aderenza a un idea-identità) che circondano il protagonista, si celano tutta la complessità e il pessimismo di un acuto e profondo sguardo rivolto verso un mondo ipocrita, contraddittorio e senz’anima.
La scelta di insistere sull’aspetto favolistico sembrerebbe un efficace espediente per rendere la doppiezza e la ambiguità dell’opera, un testo fatto di atrocità celata sotto un velo di leggerezza. La distesa di prato verde brillante e grandi fiori stilizzati dai colori sgargianti che si stagliano su un cupo sfondo nero, allora, ben si presta ad accogliere la serie di personaggi-fantocci che animano questo dramma.
A minare questo complesso di buone intenzioni interviene, però, nella concretezza della rappresentazione, una pronuncia del testo marcatamente accademica e pomposa, eccessivamente sopra alle righe. Proprio come affermava Pasolini, dunque, è qui ‘in discussione lo strumento orale che gli attori usano per comunicare questa lingua scritta’. Ed ecco che un testo come Porcile, capace di lasciare incantato il lettore per il suo lirismo e la sua suggestività, si traduce in un concentrato di virtuosismo eccessivo e di ricercatezza spesso fine a se stessa, mascherato da semplicità. Ritroviamo, insomma, quel ‘something depressingly active’ di cui parla Peter Brook a proposito di quello che lui definisce Deadly Theatre, cancro in espansione che ammorba le nostre scene. Ciò inevitabilmente spaventa lo spettatore inesperto, indispone il vero amante del teatro e finisce per risultare gradito solo ad una ristretta cerchia di addetti ai lavori. E questo è un peccato.
Autore: Pier Paolo Pasolini; Regia: Massimo Castri; Scene e costumi: Maurizio Balò; Interpreti: Antonio Peligra, Corinne Castelli, Paolo Calabresi, Ilaria Genatiempo, Davide Palla, Mauro Malinverno, Milutin Dapcevic, Miro Landoni, Vincenzo Giordano; Luci: Gigi Saccomandi; Musiche: Arturo Annecchino; Suono: Franco Visioli; Aiuto regista: Marco Pini; Assistente alla regia: Thea Della Valle; Assistente alle scene: Antonio Cavallo; Produzione: Teatro di Roma.
