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Prigioniero della seconda strada

Pubblicato il 5 aprile 2014 da Monia Manzo


Prigioniero della seconda strada

"Prigioniero della seconda strada" ha indubbiamente rappresentato nella storia del teatro contemporaneo una delle prime drammaturgie in cui si osava smitizzare l’immagine della "Grande Mela/Paese della Meraviglie"; la New York di Neil Simon non è che il "topos" per esprimere l’assoluta solitudine delle realtà metropolitane, della vita frenetica e sincopata che vi si conduce, dell’alienazione delle persone che si trovano intrappolate in mastodontici condomini.
La pièce, diventata popolare grazie alla versione cinematografica del 1975, diretta da Mel Franck, è stata qui deliziosamente rivisitata anche dall’eccellente attore e interprete principale Maurizio Casagrande in scena assieme ad una spumeggiante e coinvolgente Tosca D’aquino, ben diretti da Giovanni Anfuso.
La versione disegnata per questa pièce teatrale nostrana è indubbiamente un’accentuazione dell’universalità di una coppia in crisi, in un mondo altrettanto disordinato e ingiusto.
Lo spettacolo prende il via in una serata estiva, tremendamente calda, a New York, esattamente sulla seconda strada.
Mel non riesce a dormire a causa di una serie di esilaranti nevrosi scaturite dall’escursione termica tra interno ed esterno e da un condizionatore fermo a soli 4 gradi, dallo sciacquone difettoso, dalle due hostess, dirimpettaie rumorose e spregiudicate, tanto da indurre Mel a fare una scenata isterica, e a sua volta facendo irritare tutto il vicinato. Ma la causa della nevrosi è ben più grande del caldo, infatti Mel che era da ben 22 anni dirigente di un’azienda ora in piena crisi economica, è stato licenziato in tronco; l’orgoglio e la vergogna lo inducono a tenere la moglie all’oscuro di tutta la verità. Questo almeno finché i ladri non gli svaligiano la casa e lui si trova costretto a svelare, alla moglie di non aver più nemmeno un soldo.

Privo di denaro, vestiti e vita sociale, Mel deve ricorrere allo psicanalista dopo che sua moglie avrà ripreso a lavorare visto il crack finanziario familiare, che lo fanno sentire un perfetto inetto e fallito.
La noia e la vergogna stemperata dall’esilarante comicità, sempre ben dosata e ben recitata di Casagrande, inducono alla riflessione più profonda e ci portano a osservare i due personaggi in modo più realistico di quanto ci saremmo aspettati.
La perdita di identità, il fallimento in una società schiacciante per l’individuo sono elementi ricorrenti e ormai frequenti, solo l’amore, la solidarietà della famiglia, destrutturata e vista come deterrente alla libertà nelle rivoluzioni culturali sessantottine, ora appare come unica soluzione per la salvezza dell’uomo moderno.

Quando anche la moglie di Mel perderà il lavoro sarà una seconda tragi-commedia, in cui la complicità e la condivisione del dolore si trasformeranno in superamento della crisi.
L’aleggiare continuo dell’incertezza economica, la perdita di uno status sociale per quanto destabilizzante non hanno in verità mai avuto il potere distruggere nessun rapporto umano profondo.
Lo spettacolo in salsa italiana coglie così l’occasione per dare al suo pubblico una lezione di vita talmente scontata, che in molti hanno dimenticato.


(Titolo originale):IL PRIGIONIERO DELLA SECONDA STRADA; drammaturgia: Neil Simon; adattamento e regia: Giovanni Anfuso; interpreti:(Maurizio Casagrande), (Tosca D’Aquino), (Barbara Folchitto), (Adriano Giraldi), (Paola Bonesi) e (Mazia Postogna); Produzione: La Contrada – Teatro Stabile di Trieste.


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