PROVA A INCASTRARMI

Quando si associano il nome di Sidney Lumet e un’aula di tribunale nello stesso pensiero, la memoria non può non rievocare due tra i titoli più significativi di questo onesto e longevo cineasta statunitense dallo stile solido e classico: La parola ai giurati, folgorante opera d’esordio che in piena epoca maccartista (1958), con il suo spirito liberal e antidiscriminatorio, poneva subito la statura dell’autore, e Il verdetto, che nell’era reaganiana, siamo nel 1982, sfidava altri poteri forti (la malasanità e le iniquità del sistema delle assicurazioni).
Ma se in quei due casi gli eroi del cinema lumetiano erano stati due divi al culmine della loro maturità espressiva, portatori della figura dell’americano puro e integro che combatte dall’interno la corruzione e l’ottusità, per questo nuovo Prova a incastrarmi - Find me guilty il vecchio Sidney cambia registro, mira e - di conseguenza - corpo attoriale.
Era stata la calma fermezza del giurato Henry Fonda a convincere altri undici giurati dell’innocenza di un ragazzo irrequieto (e non per questo per forza colpevole), accusato dell’omicidio del padre, ed era stato il carisma crepuscolare dell’avvocato Paul Newman ad imbastire l’arringa contro le inadempienze del sistema sanitario a discapito dei ceti meno abbienti.
Stupirà dunque trovare Vin Diesel, eroe macho di tanti action movie, nella carrellata degli attori lumetiani, impegnato ad incarnare Jack Di Norscio, personaggio realmente esistito, membro del clan mafioso dei Lucchese, che la polizia tentò di persuadere a testimoniare contro i componenti del suddetto clan, con la promessa di una riduzione della sua pena di trent’anni per spaccio, e che, invece, autodifendendosi, imbastì la più lunga causa della storia legale americana (ventuno mesi), conclusasi, cosa ancora piu’ paradossale, con l’assoluzione di tutti i "fratelli acquisiti" di Di Norscio (che invece tornò in carcere).
Certo, per non rovinare la fama di eccellente direttore d’attori del suo regista, Diesel ha fatto un corso accelerato di recitazione "alla Robert De Niro", azzeccando almeno gli aspetti formali di questa performance: ingrassamento, cambio di portamento e gestualità, accento italo-americano. Tutto ciò per offrire a Lumet la possibilità di esprimere il suo punto di vista alternativo, suggerendo con finezza come la schiettezza, la simpatia e la saggezza popolare di Jack esercitino un fascino pericoloso e ambiguo sulla giuria e sullo spettatore, portando l’una e l’altro a parteggiare per quello che di fatto è un mafioso, con un atteggiamento che spiegherebbe anche lo sconcertante verdetto.
Find Me Guilty, "riconoscetemi colpevole", è infatti il titolo originale più pertinente del ruffiano titolo italiano (che riecheggia lo spielberghiano Prova a prendermi), perché sottolinea il pericoloso confine che Jack, l’altra faccia del sogno americano con la sua integrità alla rovescia rispetto agli henry fonda e ai paul newman, condivide con la legge e i suoi emissari, facili vittime di una concezione qualunquistica da parte del popolo.
Peccato che Diesel, in fregola da istrione, appiatisca su di lui il lucido sguardo di Lumet e che la riflessione si riduca ad un monito per il buon Vin: la strada per Toro scatenato è lunga.
(Find Me Guilty) Regia: Sidney Lumet; soggetto e sceneggiatura: Sidney Lumet, T.J. Mancini e Robert McCrea; fotografia: Ron Fortunato; montaggio: Tom Swartwout; scenografia: Cristopher Nowak; interpreti: Vin Diesel (Giacomo "Jackie Dee" Di Norscio), Annabella Sciorra (Bella Di Norscio), Peter Dinklage (Ben Klandis); produzione: Yari Film Group, Three Wolves Production, Crossroads Entertainment; distribuzione: Medusa; origine: U.S.A. 2006; durata: 125’.
