Pulp ami

Quando si parla di teatro impossibile a causa dei pochi mezzi materiali a disposizione, (per i noti e mai tanto disastrosi tagli allo spettacolo) e per la difficoltà di creare delle nuove drammaturgie con relativi spettacoli degni di tale nome, non si tengono a mente giovani autori/registi come il romano Dario Aggioli.
Allievo di Jean Paul Denizon, ne è diventato ora fidato collaboratore artistico e ha collezionato, seppur giovane, vari premi teatrali ( tra cui Premio scenario 2005 e 2007), grazie a spettacoli in cui si è distinto sia come drammaturgo che come metteur en scene - una delle più notevoli Gli ebrei sono matti, dedicato al prof. Ferruccio di Cori, psichiatra e scrittore ebreo, che salvò grazie alla sua professione molte vite durante il periodo nazi-fascista.
Questa volta invece la tematica viene rappresentata su di un palcoscenico spoglio, poverissimo ma strumento libero e incondizionato per la performance di una valida Alessandra Della Guardia: attrice, donna, personaggio, che divisa tra più identità le incarna tutte come se ognuna fosse l’unica possibile.
Gli echi della letteratura pirandelliania sono fortemente presenti nel testo, anche se Aggioli ha dichiarato di non aver mai letto I Dialoghi con i personaggi, in cui l’autore è accusato dalla sua creatura letteraria di non essere stato giustamente rappresentato e detesta lo scrittore per avergli imposto un ruolo che non sente appartenergli.
Anche nella pièce del nostro autore contemporaneo ritorna, seppur in maniera inconscia, la necessità dell’artista di porsi domande sia sul teatro come strumento di proiezione delle diverse espressioni umane, che sulla genesi della scrittura e sul ruolo autoriale nel determinare un certo tipo di drammaturgia.
Questi elementi hanno dei riflessi diretti e paralleli sia sull’artista che sul personaggio; ognuno dei due infatti produce una reazione sull’esistenza dell’altro.
La stessa dicotomia/dipendenza è presente in maniera meno assoluta, ma più specifica, nelle vite degli attori e dei personaggi interpretati.
L’attrice del nostro spettacolo rappresenta impeccabilmente una sua ipotetica collega che entra in crisi con il personaggio cechoviano di Masha; la odia perché non la capisce e non comprende il perché debba a tutti i costi rappresentarla: emerge chiaramente la sottile critica di Aggioli nei confronti di testi scritti non per il teatro ma per la letteratura.
Il suo punto di vista è più che comprensibile, vista l’assenza di drammaturgie da mettere in scena nel teatro contemporaneo e la sterilità di alcuni che invece vorrebbero mettere in crisi la necessità stessa di rappresentarle.
I giochi di specchi e di ruoli che si intrecciano nella pièce comprendono anche quello dell’amore vischioso e inevitabile che nasce tra artista/interprete e autore/regista della drammaturgia, come se l’assenza di uno di questi elementi determinasse la fine di un meccanismo che da sempre funziona grazie alla compenetrazione di arte e spettacolo.
Verrebbe così voglia di citare le molteplici opere di Pirandello in cui questi mondi sono fatalmente inscindibili e in cui la vita è un gioco di ruoli e il cui proteismo, seppur doloroso, avvicina l’uomo ad una alta forma di felicità: chissà se quell’idea non sia sedimentata anche nella mente di chi ha scritto Pulp Ami.
(Pulp Ami); Regia: Dario Aggioli; Testo: Dario Aggioli; Interprete: Alessandra Della Guardia
