Quelle luci della notte in piena: i primi anni del rock and roll

Ogni suo paragrafo è l’immagine oscena, tremenda e sconcertante della bizzarra cattiveria e crudeltà solipsistica delle scene di Buñuel, riconsiderato anche nella forma del metro relativamente all’ultima strofa di Un Chien Andalù, che di Naked Lunch è il presupposto non solo grammaticale ma la vita in trasparenza o in controluce condita con l’incanto per l’ipnosi (sobria in questo caso) di tutti i corti degli autori che da (UFO) Man Ray a Duchamp sperimentarono il mezzo cinematografico.
Naked Lunch è il suggerimento di Kerouac a Burroughs per il titolo del suo terzo lavoro, indicando tutto quello che dal piatto entra in bocca con le posate (e qui ci possiamo vedere un po’ di ironia, nel sublime e semplice suggerimento di Kerouac, dal momento che Burroughs dà proprio l’impressione, non di riempirsi la bocca con le parole, ma d’ingozzarsi con gli alfabeti alla gozzoviglia selvaggia come un astinente).
Di Joyce (al di là dell’analisi sensoriale di cibi e vini da gourmet) si può cogliere l’intenzione di far scendere le parole a briglie sciolte e la scanzonata malizia di inventarne di nuove (ma allora ci possono stare Swift, Carroll, e i gramlò, anche intesi come vera e propria copertura semantica dei vari e molte volte inopportuni termini utilizzati - e altrettante volte l’opportunità di un termine o di un altro cede alla bramosia di incantare); e come Joyce con Beckett, Burroughs legherà il suo nome a tutte le immagini della cultura artistica e musicale degli anni sessanta (Robert Moog), che incrocerà Beckett, nelle sue espressioni migliori elettroniche e performative.
Le parole di Burroughs sfrondano la pagina del libro in pezzettini di carta in faccia al lettore con la stessa solenne e abbagliante precisione delle immagini di Dalì che sfrondano la luce delle cose assurde dei suoi quadri in raggi dritti negli occhi di chi guarda e anzi: gozzovigliando lacanianamente col dizionario della lingua inglese e il suo slang americano, si nota nella personalità dell’autore un ego regresso a germinale che sventra parole enfatiche con entusiasmo e nel tentativo di esprimere tutto quello che il suo linguaggio non riesce ancora dire delle cose che gli succedono e che gli stanno attorno - o potrebbe essere Pierino, nella sua performance migliore, che tira fuori nuove parolacce a raffica rinnovando il proprio repertorio personale in miriadi di situazioni grottesche e sconce.
Personaggi e mondi sono di pura fantasia, di vero c’è forse solo la firma dell’autore. L’Appendice, quella sorta di manifesto in cui proprio come fece Breton con quello dei Surrealisti, dice come sono venuti fuori tecnicamente tutti i punti in questione, e spiega per filo e per segno il segreto del suo lavoro, ha l’aria di qualcosa tipo un ripensamento, l’ennesimo. Come se al termine della stesura di Naked Lunch (una grottesca staffilata di umorismo nero senza eguali), che dell’Arte Magica di Andrè Breton, una sorta di antropologia dello stupore artistico, potrebbe e deve essere la recensione migliore, o un saggio sullo stesso titolo o tema, o la sua versione più abbordabile, se Naked Lunch è anche antropologia del piacere e della sua percezione fino alla sua dissolvenza, avesse improvvisamente e finalmente alzato la testa e si fosse interrogato sulle cose successe.
La droga quindi. Tutto il libro ruota attorno alla droga. E probabilmente senza l’appendice e l’analitica di contorno e successiva, Naked Lunch sarebbe il corrispettivo in letteratura di una di quelle sonate-capolavoro dei junkies neri del jazz anni quaranta/cinquanta tipo Charlie Parker.
Naked Lunch è di fatto il coagulato di storie e storiacce che si sono arrampicate sui cordoli della coscienza americana «a macchia di giraffa» nel delirio dei primi anni del rock&roll, sfortunatamente offuscato dal delirio lisergico degli anni sessanta - nel senso che quel tipo di musica (fine anni cinquanta, anni di eroina in piena) bisogna andarsela a cercare appositamente senza avere assicurata nemmeno l’ombra della certezza di riuscire a trovarla da qualche parte qui vicino.
Naked Lunch è un libro per intenditori di musica americana. Curiosamente non c’è niente di jazz, però; è lasciato alle spalle come un genitore, non dimenticato, ma scontato, incluso, implicito e già detto. C’è un Brubeck ma non è chiaro se sia il musicista o meno.
Nemmeno quasi niente del blues più puro è presente tra le righe del libro: Burroughs distrugge la musica jazz, suggerisce che ce ne è una nuova da seguire e sulla quale trapiantarli, eventualmente, questi vecchi stilemi di jazz per un genere completamente diverso.
Il motto sesso, droga and rock and roll è figlio della penna di Burroughs. E Burroughs ha scoperto che la droga agisce sull’uomo come l’elettricità sugli strumenti musicali (il rock and roll è stato il primo genere musicale nato in elettrico). Ma pur considerando la droga un’esperienza molte volte necessaria, nonostante non lo abbia mai ammesso, probabilmente perché la sua analitica gli ha sempre impedito di considerarsi un artista vero e proprio, ma uno studioso, piuttosto, o qualcosa di simile, e con spiccate responsabilità sociali e civili, il suo giudizio sulla droga è negativo alla fine, a meno di non volersi trasformare in una qualunque delle sue creature.
Molto più verosimilmente il discorso sulle droghe (Burroughs, questo sì, distingue in maniera netta la droga dalla roba inutile come l’eroina e dagli allucinogeni, la cui utilità è forse più fantasiosa delle allucinazioni da loro indotte; e poi lui si scaglia contro ogni tipo di dipendenza) è invece strumentale, uno strumento affascinante per ingraziarsi villaggi di trasformazione umana fantascientifica, paesaggi di chirurgia sperimentale con umani penosi vivi, linee di trasformazioni e sperimentazioni e mutazioni biologiche, neurobiologiche, atomiche, anatomiche, subatomiche e corticali di allucinazioni pervertite.
Naked Lunch è la narrazione convessa dell’elogio della normalità. Due o poco più sono le volte in cui compare la parola cittadini, che sembra essere l’unica cosa normale nella melma di creature incomprensibili che vivono nel libro; il cui risalto, amplificato per contrasto, è tra l’altro commovente nel dettagliare il rispetto che Burroughs aveva di quella parola, con gli annessi e connessi di democrazia e rispetto delle istituzioni che la parola cittadino si porta a dietro. E dietro c’è un grande senso civico; ma tra l’altro è lui stesso a dirlo citando A Modest Proposal di Swift che dimostra per assurdo l’assurdità della pena di morte - anche se poteva riferirsi a qualcosa di più vicino, come 1984 di Orwell, nel dimostrare per assurdo l’assurdità di un’altra cosa.
Naked Lunch fa venire i brividi. L’iper-razionalismo indotto dalla droga, da alcune droghe, finisce per fargli dire come in un’illuminazione chiara e precisa, algebrica, che se si elimina il tossicodipendente si elimina il problema della droga e dell’eroina in particolare.
Il problema è quindi il tossicodipendente, non la droga, come da matematica totalitaria razionale. Ma eliminare i tossici è inutile. E’ così che finisce il libro, lucido e splendido: il tossicodipendente è metafora dello schiavo che vuole diventare libero.
Sembrava un gerarca nazista e viene a dirti che è inutile la soluzione finale e sono inutili gli asini volanti. Lo dice agli americani e lo dice a Tim Leary che stava lavorando al trattamento di diverse addictions con LSD. Naked Lunch è un ultraconservatore in lotta contro la fabbrica dei sogni, travolto dagli eventi che lui stesso ha creato.
Un lampo squarcia una brodaglia di roba mai vista. «Hot chili pepper in the blistering sun», yage, telepatia, LSD, archeologia dei misteri primordiali di antiche civiltà, panacea e presto balleremo tutti il fandango.
Si spengono tutte le galassie di una pirotecnica jambalaya rancida e ancora bollente le cui formidabili echoes artistiche schizzano contro la loro volontà fino al primo periodare di un certo Bruce Springsteen e i suoi versi interminabili. Rimane solo quell’unica lucida considerazione.
E il bello è che lui, Willie The Pimp (i due poi, Zappa e Burroughs, finirono col lavorare assieme dieci anno dopo Hot Rats) ci stava pensando sopra da trecento anni. Poi però fu solo la rock and roll dream machine, sfuggitagli dalle mani, e tutti i colori dei quadri colano, si spezzano e cascano addosso all’artista.
Un nuovo Dorian Gray deve alzarsi, lavarsi, asciugarsi, sono trecento anni che lo fa, rimettersi a nuovo e comporre una nuova musica. Ci riesce. E’ qualcosa da indossare all tomorrow’s parties dopo aver dormito migliaia di anni: «Down in Joe’s Garage, we didn’t have no dope or LSD, but a copula quartsa beer» - l’Industrial, per esempio, qualunque sua manifestazione, soprattutto nella sua componente più carnale e oscena, è su scala evolutiva la mutazione genetica della proteina musicale dei testi di Burroughs - West L.A. Fade Away. Let’s go.
