Rabbit Hole

Tratto dall’omonima pièce teatrale del premio Pulitzer Davis Lindsay-Abaire, Rabbit Hole segna contemporaneamente il ritorno dietro la macchina da presa del talentuoso regista statunitense John Cameron Mitchell, al terzo film dopo i precedenti Hedwig e Shortbus, e l’esordio da produttrice della sua protagonista Nicole Kidman, qui alle prese nuovamente, dopo il lontano Eyes wide shut, con l’interpretazione di una donna caduta in uno stato di profonda e irreversibile crisi di coppia. Se allora le cause di questa crisi erano da ricercarsi però nei meandri della psiche umana, nelle sue pieghe contorte e in quelle dinamiche irrazionali che a volte sconvolgono gli equilibri di un individuo, oggi nell’adattamento di Mitchell essa è solo (si fa per dire) il risultato di una tragedia immane: la morte disgraziata del piccolo figlio dei protagonisti Becca e Howie (interpretati dalla Kidman e da un bravo Aaron Eckhart). Il film parte con il racconto di una crisi già in corso, quando il tarlo cioè è già al lavoro dentro i corpi dei nostri protagonisti. Capiamo solo andando avanti con il racconto come l’incidente sia avvenuto, chi lo abbia provocato, come i due coniugi stiano tentando invano di uscire fuori da una situazione depressiva dilaniante. Conosceremo solo con l’incedere narrativo, efficace e ben calibrato, la reale profondità di lacerazioni sorte negli animi dei due protagonisti, l’entità di un malessere che annienta ogni più piccola risorsa umana. La messa in scena di Mitchell è discreta al punto giusto. Il suo approccio autoriale lo è ancora di più. Il rispetto delle origini teatrali dello script permette infatti che la degenerazione psicofisica dei due uomini venga resa alla stregua di una agonia invisibile in cui i comportamenti anomali, ipocriti e falsi dell’apparenza sono, di tanto in tanto, squarciati dall’incombenza della realtà più drammatica. La bravura di un autore intelligente come Mitchell è quella di lasciar parlare la propria creatura senza sovraccaricare di segni una comunicazione già di per se satura. Per questo egli compie quel passo indietro decisivo che lo allontana dalla spregiudicatezza dei suoi film precedenti per permettergli di privilegiare la solidità di un racconto maturo, chiuso, sufficientemente autonomo. Il suo è un lavoro di sottrazione teso a spogliare delicatamente il concetto di dramma, è un lavoro di contenimento sui personaggi, sulla modalità di comportamento che essi mettono in mostra nella vita di tutti i giorni e dietro la quale esiste il centro nevralgico del dolore. E il risultato che ne esce è certo meno pirotecnico del cinema passato ma senza dubbio più completo e definito. Il film appare come un gioiello prezioso, coerente e lineare in ogni suo lato, compiuto in ogni elemento e soprattutto, mai banale o eccessivo. Due dei rischi più grandi per la trasposizione di un racconto di stampo teatrale e, per di più, con un tipo di argomento del genere. Invece Rabbit Hole mantiene non solo l’eleganza dei mancati eccessi, dell’introspezione condotta sempre ad una certa distanza dai soggetti, della esaltazione di una normalità che distrugge più della eccedenza emotiva ma riesce oltretutto a farlo coltivando come filo conduttore dell’intero arco narrativo la stretta simbiosi tra una veridicità encomiabile (dei gesti, dei sentimenti, delle parole) e la salvaguardia delle più piccole intimità dell’animo umano (lontane quindi dalla teatralità spudorata, se vogliamo, del testo originario). Mitchell compie quindi un viaggio in punta di piedi, con una educazione che non gli impedisce tuttavia di dissacrare di tanto in tanto l’oggetto del suo discorso (anche questi momenti rientrano nella splendida restituzione della sfera emotiva umana) e con una pudicizia che gli permette di confezionare una delle opere più eleganti e commoventi degli ultimi anni.
(Rabbit hole) Regia: John Cameron Mitchell; soggetto e sceneggiatura: David Lindsay-Abaire, tratto dall’omonima pièce teatrale; fotografia: Frank G. DeMarco; montaggio: Joe Klotz; musiche: Anton Sanko; scenografia: Kalina Ivanov; costumi: Ann Roth; interpreti: Nicole Kidman, Aaron Eckhart, Dianne Wiest, Tammy Blanchard, Sandra Oh; produzione: Olympus Pictures, Blossom Films, OddLot Entertainment; origine: Stati Uniti; durata: 90’.
