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Radiohead: da Oxford al nuovo universo musicale. Si riparte dall’Italia con quattro date.

Pubblicato il 22 novembre 2011 da Emiliano Paladini


Radiohead: da Oxford al nuovo universo musicale. Si riparte dall'Italia con quattro date.

2012: 30 giugno, Roma, Ippodromo delle Capannelle (Rock in Roma); 1 luglio Firenze, Parco Delle Cascine; 3 luglio Bologna, Piazza Maggiore; 4 luglio, Codroipo, Udine, Villa Manin: i Radiohead partono col nuovo tour.
Radiohead è il titolo di una canzone dei Talking Heads, Radio Head, di cui il gruppo di Tom Yorke continua verso altri lidi e altre mete musicali il concetto di contaminazione. La canzone in questione è inclusa nell’Album True Stories, colonna sonora dell’omonimo film di David Byrne - e con le prime quattro date del tour 2012 in esclusiva italiana riparte una delle storie vere più interessanti della musica inglese - e il regalo è doppio. Non solo il tour parte dall’Italia, ma in Italia sono previste un numero maggiore di date rispetto agli altri paesi, e tra l’altro la piazza bolognese, in tutti i sensi, ospiterà il 3 luglio, proprio in occasione della data dei Radiohead, uno storico live per la prima volta negli ultimi trenta anni (produzione VIVO concerti, in collaborazione con Rock In Roma, Le Nozze Di Figaro, Estragon e Azalea Promotion).
E la storia è questa. I tempi erano quelli delle prestigiose università inglesi e non solo prestigiose, ma università in ogni caso per chi la musica la intende alla maniera dei Pink Floyd o, in un certo senso più in generale alla maniera americana - tranne che per Bruce Springsteen, come Andy Warhol non si era mai stancato di ripetere, ma Andy Warhol di errori ne ha fatti parecchi.
I tempi erano quindi quelli della scena musicale di Oxford. I tempi erano quelli dei Ride (North Oxfordshire College & The Oxfordshire School Of Art & Design), della Creation Records. I tempi erano quindi quelli di Close My Eyes, Drive Blind, Leave Them All Behind, più tardi, e il lavoro monumentale, oltre ogni loro logica a conti fatti, con John Lord, Carnival Of Light, 1994, che riprende proprio nel titolo dell’album il lavoro scomparso dei Beatles nel 1967 riapparso sotto varie forme più avanti nel tempo e di cui la più conosciuta è Revolution 9.
I Sonic Youth, i My Bloody Valentine, gli Stone Roses (strepitoso ritorno in concerto quest’estate, con le tre date di Manchester esaurite a tempo di record assoluto), sembravano sorpassati ascoltando brani come Drive Blind. E proprio ascoltando brani come Drive Dlind, sembrava che l’ipotesi di sviluppo della musica del tempo potesse essere quella di un eccezionale revival della Chitarra elettrica, nella misura in cui si potevano sorpassare i tempi e le misure dei grandi maestri americani degli anni sessanta.
Poi arrivarono gli Oasis che le chitarre le condensarono in maniera altrettanto strepitosa, quasi minimalista, escluso il suono, e la storia prese una piega diversa. Andy Bell dai Ride, uno che i Ride li aveva fondati, passò a suonare il basso con gli Oasis; e tutte le atmosfere sognanti, tutti i pensieri divergenti, spostati, confluirono in una direzione diversa.
Anche gli Spacemen 3 dovettero cedere, e con loro gli overloads di chitarra (concetto tipicamente americano) che oggi si trovano quasi esclusivamente nella scena americana trash-hardcore (Slayer), ma che non hanno più spazio all’interno della musica pop; e la direzione che quindi presero questi sentimenti musicali, queste scritture musicali, tutti questi pensieri spostati, furono influenzati dalla scena di Glasgow (Primal Scream, 1991), dall’altro lato della tratta fondamentale della nascita della nuova musica pop britannica (Manchester-Glasgow), o dall’elettronica di Manchester, appunto (Future Sound Of London). Abbandonate allora le sfigurazioni musicali di chitarra elettrica (parliamo di musica pop, lo sperimentale è un altra cosa), la direzione presa fu quella di un concentrato di nuova tecnologia che aiutava nella creazione di atmosfere languide e devastate molto più di altre sequenze di suoni.
Su questo si è di fatto giocata la lotta alla sopravvivenza dei gruppi di Oxford. E proprio su questo hanno puntato i Radiohead, che da Oxford hanno trasferito sulle platee di tutto il mondo quella musica e i sentimenti di quella musica che i Ride hanno potuto raccontarci solo per poco tempo.
E così, in 8 album e quasi 20 anni di carriera i Radiohead hanno fuso il rock alternativo all’art rock, l’elettronica al punk, il pop alle introversioni neuropsicovegetative di derivazione californiana, diventando una delle band più influenti - è un fatto - degli ultimi decenni.
E con tutta questa giostra di elettronica ricamata attorno a delicate sensazioni rock e post rock da ritmo elettronico (calcolato comunque e testato, quest’ultimo, dalla scena di Manchester), e incollata alla particolare voce di Thom Yorke e ai loro testi visionari, la band di Oxford ha creato una colonna sonora ideale per gli ultimi anni mettendo in musica il desiderio di fuga, la necessità di perdersi, l’alienazione e la spersonalizzazione causati dalla tecnologia dal suo sviluppo e dal suo impiego massiccio nella società contemporanea, assieme all’inevitabile necessità di ritrovarsi.
I Radiohead sono di Oxford, Abingdon School, e questa la line-up al 2011: Thom Yorke (voce), Jonny Greenwood ed Ed O’ Brien alle chitarre, Colin Greenwood (basso), e Phil Selway alla batteria. Debuttano nel 1993 con l’album Pablo Honey. Nel 1997 esce Ok Computer; nel 2000 Kid A; Amnesiac nel 2001. Hail to the Thief è del 2003. Nel 2007 è la volta di In Rainbows, distribuito sperimentando per la prima volta su larga scala il formato digitale per la release - ma qui probabilmente la prima sperimentazione col digitale, anche se in ambiti diversi, e quindi uno dei primissimi streaming mondiali del music businness dovrebbe essere legato alla trasmissione di un concerto dei Pink Floyd, la prima data di Dallas del 30 marzo 1994 (poi ci sarà ISDN dei Future Sound Of London); e The King of Limbs che arriva quindi nel 2011.


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