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Return to Montauk

Pubblicato il 16 febbraio 2017 da Matteo Galli

VOTO:

Return to Montauk

Nel 1991 Volker Schlöndorff aveva tratto un film dal romanzo dello scrittore svizzero Max Frisch Homo Faber (1957), fra gli interpreti c’erano Sam Shepard e una all’epoca giovanissima Julie Delpy, non si può dire che quel film sia stato uno dei migliori della lunga carriera di Schlöndorff, anche solo limitandosi alle sue numerose trasposizioni da testi letterari. Proprio quell’anno Frisch (di cui Schlöndorff era molto amico ma che non aveva partecipato alla stesura della sceneggiatura) moriva ottantenne.
Ventisei anni dopo Schlöndorff ormai settantasettenne - ma a vederlo sembra un giovanotto - ritorna a Max Frisch (a lui è anche dedicato il film) ma compie un’operazione assai più complessa sul piano concettuale di una semplice trasposizione. Il film, girato in inglese, è intitolato Return to Montauk e fin dal titolo fa esplicito riferimento a Montauk, al romanzo breve o racconto lungo di Frisch, che uscì nel 1975, suscitando non poco scalpore nella scena letteraria tedesca. Uno scandalo dovuto al fatto che in quest’opera che oggi definiremmo un classico caso di autofiction, Frisch metteva in scena sé stesso e i suoi rapporti con le donne, il rapporto con la moglie Marianne, ma soprattutto la sua tormentata relazione con Ingeborg Bachmann, morta due anni prima a Roma, per le ustioni riportate, in circostanze mai completamente chiarite. Montauk: un libro spudorato nei confronti dell’io narrante, ma spudorato anche nei confronti di chi all’io narrante, allo scrittore in vari momenti ha vissuto accanto, questione delicatissima su cui non si finirà mai di dibattere in cui è in gioco l’opposizione fra la libertà dell’arte e il rispetto della sfera privata altrui. Anziché trasporre il testo di Frisch, Schlöndorff, coadiuvato nella sceneggiatura dallo scrittore irlandese Colm Toíbín, ha trasposto, applicato, se così si può dire, il medesimo modus operandi, il procedimento mixandolo con proprie esperienze, dichiaratamente, autobiografiche, di cui non ha fatto mistero in conferenza stampa. Interpretato dal – come sempre – strepitoso Stellan Skarsgård , Max Zorn (oltre a Frisch si allude nel nome anche a Fritz Zorn, talentuoso scrittore, anch’egli svizzero, morto precocemente a soli 32 anni nel 1976) torna dopo anni a New York per presentare il proprio ultimo romanzo, tradotto in inglese. A New York vivrebbe in realtà la sua attuale compagna Clara (interpretata dalla nota attrice teatrale Susanne Wolff), con cui però il rapporto non si può definire strettissimo, pur avendo la donna lavorato alacremente alla produzione del libro in inglese. Max è felice sì di rivederla, le vuole bene, ma si vede benissimo che ha la testa da un’altra parte, che New York per lui è indissolubilmente legata al grande amore, a Rebecca. E di Rebecca, del grande amore, dell’occasione mancata, della felicità colpevolmente perduta, del rammarico per la fine della storia parla – senza grandi infingimenti - proprio il libro che Max è venuto a presentare a New York; si tratta dunque di un libro nel quale lo scrittore fictional Max Zorn si è servito del medesimo metodo utilizzato dallo scrittore vero Max Frisch. La presentazione del libro è l’occasione per introdurre tutta una intellettualità newyorkese, fatta di name dropping (Kafka, Nabokov etc, etc.) e, più tardi, citazioni acustiche, francamente insopportabili, l’adagetto della Quinta di Mahler, Bob Dylan– nettamente la parte più debole del film, un regista europeo che scimmiotta il regista americano che gioca a fare il regista europeo. E un’altra cosa che non funziona in questo film è il tentativo di connettere la storia dei personaggi alla macrostoria: la caduta del muro, Rebecca cresciuta in DDR, etc, se ne poteva fare tranquillamente a meno.
Si capisce che il vero nodo del film sarà se, quando, come Max rivedrà Rebecca (che adesso è un avvocatessa di grido, algida e un po’ depressa) interpretata da Nina Hoss, la bionda musa di Christian Petzold, che in Italia abbiamo visto ne La scelta di Barbara e ne Il segreto del suo volto. Ovviamente si rivedono e, appunto, tornano a Montauk, sulla punta orientale di Long Island, due ore di macchina da New York, e trascorrono nella luce implacabile e meravigliosa di quel luogo battuto dal vento ventiquattro ore di confessioni e di silenzi, di abbracci e di pianti. Questa è la parte più bella del film, una riflessione sulla inesorabilità del tempo che passa, sull’impossibilità di una seconda chance, resa non solo a parole ma con la forza delle immagini, ben orchestrate dal direttore della fotografia Jérôme Alméras.


CAST & CREDITS

(Return to Montauk). Regia: Volker Schlöndorff sceneggiatura:Volker Schlöndorff, Colm Toíbín ; fotografia:Jérôme Alméras; montaggio: Hervé Schneid; interpreti: Stellan Skarsgård (Max), Nina Hoss (Rebecca), Susanne Wolff (Clara), Niels Arestrup (Walter), ; produzione: Ziegler Film, Berlin, Volksfilm, Potsdam, Pyramide Production, Paris, Savage Production, Dublin; origine:Germania, Francia, Irlanda 2017; durata: 106’.


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