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Ripensando al Teatro con Mariagela Melato

Pubblicato il 18 gennaio 2013 da Monia Manzo


Ripensando al Teatro con Mariagela Melato

Pensare a Mariangela Melato equivale, per molti amanti dell’arte della recitazione, a pensare al massimo risultato della potenza interpretativa nelle sue forme più disparate, e quindi ad un turbinio di emozioni ed espressioni indimenticabili di un viso senza tempo, che negli ultimi anni era stato solcato da piccoli segni, che contribuivano a rendere il suo aspetto ancora più composto e dignitoso.
La ricordiamo, inevitabilmente, per la sua ascesa nel cinema italiano, musa di registi che hanno fatto la storia cinematografica come Lina Wermüller (Mimì metallurgico ferito nell’onore, Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto), Vittorio De Sica (Lo chiameremo Andrea), Elio Petri (La classe operaia non va in paradiso).
Basta collegare tra loro questi lavori così emblematici di un nuovo modo di fare cinema negli anni ’70 per capire che la sua presenza non potesse essere casuale.
Mariangela Melato rappresentava l’attrice moderna: il suo viso irregolare, ma non meno bello delle icone cinematografiche femminili, i suoi grandi occhi blu e una voce naturalmente profonda, abbinati ad un’impressionante duttilità nel saper interpretare ruoli di ogni genere la hanno resa senza alcun’ombra di dubbio la nostra migliore interprete contemporanea.
Il cinema è stato lo strumento attraverso il quale tutti la ricordano con immediatezza, ma il suo vero amore, perché non si può parlare che di sconfinato sentimento, è il teatro.
Basta notare la sua presenza sul palcoscenico in alcuni momenti particolari della sua vita per capire dove era "nata" e come vi ritornasse con costanza. E non a caso negli ultimi anni della sua esistenza vi si era definitivamente stabilita.
Come tutti amano ricordare, iniziò a recitare mentre ancora svolgeva un lavoro di vetrinista alla Rinascente per pagarsi i corsi alla scuola di Esperia Sperani. Da allora la sua vita di attrice teatrale è stata la più invidiabile: dal ’63 al ’65 lavorò con il premio Nobel Dario Fo negli spettacoli Settimo ruba un po’ meno e La colpa è sempre del diavolo, nel ’67 venne scelta da Luchino Visconti per interpretare La monaca di Monza, nel 1968 ottenne la sua massima realizzazione artistica con l’ Orlando furioso di Luca Ronconi. Non le mancò nemmeno un pubblico più popolare grazie all’enorme successo ottenuto con il musical Alleluja brava gente di Garinei e Giovannini. I premi teatrali ricevuti nella sua vita sono però legati a due complesse e difficili tragedie: Medea, diretta da Giancarlo Sepe, e Fedra, con le quali vinse per due volte il Premio Eleonora Duse.
Negli ultimi anni si è dedicata con impegno ad una fitta collaborazione con il teatro Stabile di Genova: Il lutto si addice ed Elettra, ’96; La dame de Chez Max , ’98; Fedra, ’99; Madre Coraggio, 2002; La Centaura, 2004; Chi ha paura di Virginia Woolf?, 2005; Il dolore, 2010.
Siamo certi che la nostra attrice avrebbe voluto dare l’addio al mondo proprio sul palcoscenico. Purtroppo non si può scegliere la propria dipartita da questo mondo e la sua vita si è spenta lentamente in un dolore silente, un dolore dell’anima che l’ha costretta a lasciare le scene del suo ultimo spettacolo dal titolo che sembra evocare beffardamente il suo destino: Il dolore; adattamento teatrale del testo autobiografico sulla resistenza durante la quale Marguerite Duras assistette alla deportazione della sorella e del marito e di cui la Melato disse: "Non mi interessa tanto la narrazione della storia, ma la descrizione dello stato d’animo della protagonista, che è comune a tante donne: quel saper attendere, quel rimuginare sull’attesa, quell’essere fragilissime nella sensazione dell’abbandono, della paura del dolore, ma insieme tenaci come solo le donne sanno essere". La sua grandezza non si limitava ad un’estrema bravura, ma era data anche da una commovente umanità, testimoniata vivamente da coloro che ebbero la fortuna di lavorarle accanto.


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