X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



Acqua di marzo

Pubblicato il 20 aprile 2017 da Anton Giulio Onofri
VOTO:


Acqua di marzo

Che strana creatura, il cinema italiano, con le sue punte di diamante fortemente autoriali e con personalità talmente forti da costituire ciascuna capitolo a sé, mentre il resto, tutto il resto, è un’indistinta folla di registi più o meno abili, più o meno raccomandati. Qualcuno più coraggioso riesce a confezionare un’opera prima audace, insolita, diversa, puntualmente scontata con il film seguente per colpa di produzioni che annusando l’affare imbrigliano l’estro del giovane esordiente tarpandogli le ali e cucendogli addosso un’idea di cinema a lui estranea e ritenuta, in base a chissà quali divinazioni, capace di sedurre un pubblico che puntualmente si rivela distratto e rispedisce al mittente ogni eventuale buona intenzione. Il guaio è che non si riesce mai a ricreare una “scuola nazionale”, composta di grandi autori, ottimi registi, oppure eccellenti o anche mediocri mestieranti, in grado di “raccontare l’Italia”, come invece è accaduto dagli anni ’50 agli anni ’70, prima che le televisioni di Berlusconi rintanassero in casa gli italiani davanti al piccolo schermo e più dei due terzi delle sale cinematografiche chiudessero i battenti. Oggi la situazione è certamente migliore, e la gente al cinema va più numerosa e volentieri che negli anni ’80, ma una “scuola nazionale” italiana non esiste più, ed è raro che a un giovane esordiente venga in mente di illustrare una realtà autenticamente italiana, in favore di un mondo di fiabe finte in cui sono tutti trentenni e innamorati, hanno tutti lo smartphone e tendono mediamente a tradire la propria fidanzata. In questo panorama forse non desolante, ma di sicuro poco rassicurante, esplose tre anni fa il caso di Spaghetti Story, primo film di Ciro De Caro, interamente autoprodotto, e coraggiosamente distribuito. Il film, piccolo finché si vuole, ma un’autentica bomba di freschezza e simpatia contagiose, è riuscito a grattarsi uno spazio nell’indifferenza del mondo della cinematografia italiana, e ha dato luogo a un piccolo miracolo, cioè che una produzione “vera”, con un po’ di soldi e un po’ di credibilità da spendere, commissionasse a De Caro questa sua opera seconda, Acqua di Marzo, presentata nella sezione Alice della Festa del Cinema di Roma. Va subito detto che il miracolo non si è ripetuto. Né però bisogna dare colpe a chicchessia, tanto meno allo stesso De Caro, che, è patente guardando il film, ci ha messo dentro la stessa sua identica idea di cinema che vivificava Spaghetti Story, che è quella di un occhio casualmente posato sul dato reale, ma con una capacità di metterlo in circolo tra cuore e cervello spogliandolo di tutta l’enfasi retorica che angustia l’occhio di tanti autori italiani, e spalmandoci sopra una coltre protettiva di ironia felicissima e salutare. Anche in Acqua di Marzo tutto è fresco ed immediato, lo sguardo è agile, mobilissimo, asciutto fin quasi a una sintesi talmente stringata da restare stupiti di come con pochi tagli rapidi, e altrettanto poche fugacissime inquadrature, De Caro sia in grado di cambiare città, stagione, stato d’animo… Quello che funziona meno, stavolta, è l’obbligo cui il regista e i suoi cosceneggiatori (la stessa Rossella D’Andrea con cui aveva scritto Spaghetti Story, ed Enrico Settimi) si sono sentiti in dovere di ottemperare, di inventarsi cioè una storia “d’amore” problematica tra Roma e Battipaglia (e forse non c’era bisogno di nominarla, Battipaglia, con questo suo nome evocativo, ma anche buffo e ingombrante, e lasciare sul vago un’ambientazione meridionale a Sud di Napoli descritta con veloci ed efficaci tocchi di pastello, distante anni luce, grazie al cielo!, dai Sud consueti del nostro cinema, immersi nella pece del dramma permanente della mafia e della camorra) che raramente riesce a coinvolgere come le godibilissime schermaglie dei due maschietti protagonisti del film precedente. De Caro tenta, e a volte ci riesce, di incorniciarla in un contesto di tenera quotidianità provinciale, ma dispiace avvertire qua e là una stanchezza, una mancanza di brio e di originalità, doti che ha dimostrato di possedere in quantità bastevole per spalmarle in altri dieci, cento film. Nel passaggio dal “cinema degli amici” di morettiana memoria (Spaghetti Story è stato realizzato insieme ad attori straordinari, sì, ma che in quanto suoi amici si sono offerti di lavorare gratis) a un film strutturato e sostenuto da una produzione a tutti gli effetti, De Caro ha perso quel totale dominio del cast, del set, delle esigenze produttive che avevano collaborato al miracolo della sua opera prima, ed è evidente che a livello di sceneggiatura, di flusso narrativo, di consequenzialità drammaturgica, Acqua di Marzo non ne risente positivamente. Guai però se, non tanto il pubblico (il film uscirà al cinema in gennaio), quanto lo stesso De Caro dovesse amareggiarsi per un’eventuale modesta riuscita al botteghino: gli serva invece di lezione per tornare ad essere totale signore e padrone del “suo” film, augurandogli che la trebbiatrice che tutto falcidia del nostro cinema gli conceda altre possibilità di dimostrare appieno il suo indiscutibile talento. Perché Spaghetti Story non può essere nato per caso. Mentre, si sa, l’opera seconda di chiunque ha sempre qualcosa da farsi perdonare.


CAST & CREDITS

(Acqua di Marzo); Regia: Ciro De Caro; sceneggiatura: Ciro De Caro, Rossella D’Andrea, Enrico Settimi; fotografia: Simone Zampagni; montaggio: Alessandro Cerquetti; musica: Giancarlo Capo; interpreti: Roberto Caccioppoli, Rossella D’Andrea, Anita Zagaria, Claudia Vismara, Nicola Di Pinto; produzione: Alba Film 3000; distribuzione: Mediterranea Productions; origine: Italia, 2016; durata: 100’


Enregistrer au format PDF