RomaFictionFest 2008 - The Company

Alla presenza del regista Mikael Salomon e del nostrano Raoul Bova si è tenuta Lunedì sera la proiezione di uno dei prodotti probabilmente più attesi della giornata inaugurale del Roma Fiction Fest 2008.
Stiamo parlando di The Company, miniserie in tre parti realizzata nel 2007 e inserita in concorso solo in questa seconda edizione della rassegna capitolina.
Nonostante il ritardo accumulato nella migrazione transoceanica del prodotto (negli Stati Uniti è andato in onda nelle serate del 5, del 12 e del 19 Agosto 2007), si può seriamente prevedere che quest’ultimo non avrà particolari problemi a trovare all’interno delle televisioni italiane slot disponibili per una messa in onda in grande stile, che sappia valorizzare al meglio la già eccellente qualità della miniserie. Questa ottimistica previsione è dovuta a diversi ordini di motivi. Primo fra tutti, la firma con cui The Company si presenta: la Scott Free Production dei fratelli Ridley e Tony Scott è un marchio di garanzia che assicura con una puntualità quasi imbarazzante prodotti che sappiano miscelare la qualità alla fondamentale commerciabilità richiesta dal mercato televisivo (il successo del loro Numb3rs ne è la prova).
In secondo ordine la certezza che un argomento come quello della guerra fredda rivista attraverso gli occhi e le vicissitudini di alcuni agenti segreti della CIA e del KGB possa suscitare appeal in qualsiasi tipo di audience e in qualsivoglia target di riferimento. E per ultimo il coinvolgimento nel progetto di nomi importanti dell’entertainment sia televisivo che cinematografico. Dal regista e cinematographer Salomon, già in parte artefice del successo di veri e propri eventi seriali come Rome o Band of Brothers (la storia sembra essere nelle corde del filmmaker nato in Svezia) al folto e ben assortito gruppo di stelle che comprende tra gli altri l’ormai ex astro nascente Chris O’Donnell, il redivivo Michael Keaton, un sempre più straordinario Alfred Molina e ovviamente il nostro Bova (nei panni di Roberto, un rivoluzionario anticastrista).
La bellezza di The Company risiede fondamentalmente nella frammentarietà della sua struttura. Salomon compie una operazione praticamente perfetta. Partendo dalla solida base fornita dal romanzo di Robert Littell egli afferra letteralmente un pezzo importante di storia contemporanea e sceglie di raccontarlo per sottrazione, togliendo parti poco funzionali alla dinamicità televisiva e rendendo piccola e articolata una storia di anni. I tre blocchi che compongono la miniserie fotografano momenti diversi della guerra fredda (il ruolo della CIA all’inizio del conflitto, la rivolta ungherese e la repressione russa, la baia dei porci ecc.), istantanee di eventi catastrofici che hanno segnato un’epoca e che fanno da cornice alle missioni dei nostri protagonisti, ai loro rapporti, ai legami che si possono instaurare tra chi vive la propria vita al servizio (oscuro) dello Stato e chi la vive al servizio di un ideale. Salomon racconta così la loro storia personale immersa però nella storia di tutti, rendendo entrambe le dimensioni dipendenti l’una dall’altra, l’una lo specchio e la risultante dell’altra.
Un altro elemento fondamentale di questo lavoro è il diverso impianto narrativo e formale al quale i tre segmenti rispondono. Se nel primo siamo nei pressi del thriller di spionaggio, nel secondo (quello scelto per la proiezione) ci si avvicina fortemente all’action thriller, probabilmente una cornice molto più adatta a raccontare le rivoluzioni e i conflitti vissuti durante la guerra, mentre la terza parte risponde più alle regole del thriller psicologico.
C’è da dire però che questa diversità nella struttura non esclude aprioristicamente una unità di intenti, una linearità di elementi portanti e una coerenza interna al racconto assolutamente presenti e facilmente percepibili anche e solo dalla visione del secondo episodio. Il racconto filtrato attraverso gli occhi dei protagonisti, i legami di forte unione vissuti da quest’ultimi in contingenze drammatiche, il valore spettacolare di molte scene e la struttura a mosaico che mostra al contempo l’esigenza di ricostruire e distruggere attraverso l’alternanza tra l’attendibilità (o presunta tale) delle immagini di repertorio e la pura finzione sono gli elementi che tornano costantemente all’interno del secondo segmento e che presumibilmente vanno a formare la cifra linguistica dell’intera miniserie.
Non sappiamo se l’alto livello del primo episodio sarà mantenuto nelle due puntate successive ma crediamo che difficilmente ci sarà un allontanamento da quelli che sono i tratti fondamentali qui evidenziati, proprio perché sono l’anima della miniserie, l’asse portante del prodotto intero. Ciò che il pubblico vuole effettivamente vedere, e ritrovare nelle puntate successive, non può essere soppresso, pena uno spiazzamento dello spettatore e una mancata fidelizzazione alla storia raccontata. Un difetto lontano anni luce da un lavoro completo ed efficace come The Company.
