RomaFictionFest 2009 - Hamarinn (The Cliff)

Un paesaggio ricco di magia, quello islandese, senza indugi colto in una notte percorsa da una strana sfera che emana una luce azzurra, un bagliore che sveglierà chi riposa nella sua casa e che causerà un grave incidente al figlio del padrone dell’azienda che dovrebbe sventrare un’altura, da utilizzare come base per un’antenna. Un’anziana signora del luogo chiama quel fenomeno la ’Luna di Urd’, forse riconoscendo qualcosa di già visto e (s)conosciuto, un arcano legato a un mitologico passato. Le indagini verranno affidate al trentacinquenne detective di Reykjavík Helgi Marvinsson - perché lui quei luoghi li conosce bene – messo a fianco della giovane poliziotta Inga Aradottir.
È un oggetto assai interessante questa miniserie in quattro episodi da 55’ proveniente dall’Islanda: il regista Reynir Lyngdal e lo sceneggiatore Sveinbjörn I. Baldvinsson hanno realizzato un riuscito incontro di detective story e di elementi soprannaturali, dove gli estremi si toccano, amalgamandosi a dovere e creando piacevolezze di fronte all’occhio, convinto a seguire un percorso segnato da un lento addentrarsi nelle indagini, le quali rappresentano la richiesta operata dalla razionalità umana di trovare un motivo terreno a quanto accaduto. Razionalità che interroga le persone quando, forse, dovrebbe anche cercare di scendere maggiormente a patti con la spiritualità della natura. In effetti, sintomatica è la scena in cui Inga prende con sé una piccola roccia da quella montagna che forse è sacra, ma che di certo incuteva timore a Helgi, quando questi era un ragazzino, e che lo rende tuttora sospettoso. E strani fatti sfileranno sotto gli occhi della donna, convincendola a liberarsi di quell’insopportabile fardello. Eppure, quando il mistero diviene qualcosa di sempre più accettabile, si assiste a un ritorno della corporeità più evidente, attraverso il particolare di una mano che chiude la prima puntata compiendo un atto completamente esecrabile, in un tripudio della colonna sonora musicale che tutto avvolge, materia divisa da un montaggio che procede unendo e opponendo per brevi attimi.
’The Cliff’, il dirupo: l’alto che guarda verso il basso e il basso che trascina l’alt(r)o verso di sé, due stati che si avvicinano fino ad appartenere allo stesso piano della conoscenza, inscenando la massima stratificazione del vivere, come Picnic ad Hanging Rock. Mentre il mistero che sembra prediligere quei luoghi e chi li abita, potrebbe far pensare a The Wicker Man, un altro dei grandi film degli anni Settanta, al pari della pellicola di Peter Weir. E in Hamarinn a farla da padrona è un’atmosfera sospesa, ben aiutata dalle musiche che in certi frangenti ricordano lo stile di C.S.I. - Las Vegas, mentre l’apparato visivo è dominato negli esterni da raffigurazioni di spazi che appaiono immensi, perché disabitati, interrotti solo da case che, nella loro purezza di linee e colori, appaiono quasi astratte. E immateriali come le parole che dominano la scena, veicolo privilegiato della ragione, così come di una ricerca all’interno dell’intimità dei protagonisti che rende Hamarinn un’opera completa sotto qualsiasi punto di vista.
