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Se il vero colpevole non è il cinema

Pubblicato il 18 aprile 2007 da Salvatore Salviano Miceli


Se il vero colpevole non è il cinema

Alcuni hanno già timidamente alzato la voce, altri lo faranno molto presto. Troppo complesso, e politicamente sconveniente, concentrarsi sulla libera circolazione delle armi negli Stati Uniti, su di un diritto di difesa che si tramuta sempre più in un invito alla offesa. Meglio, dunque, ancora una volta politicamente ed economicamente, ripiegare verso il sempre fruttuoso, quanto retorico, dibattito sulla violenza televisiva e, soprattutto, cinematografica.
Dal 1 Agosto 1966, giorno in cui Charles Whitman sale sul tetto della University of Texas e da li apre il fuoco sulla folla uccidendo 15 persone, tra cui la madre e la fidanzata, e ferendone 31, al 17 Aprile 2007, quando tocca allo studente dell’Università Virginia Tech di Blacksburg, Cho Seun Hui, farsi prendere da una follia omicida che lo porterà ad assassinare 33 studenti armato di una calibro 22, i massacri che hanno toccato e pesantemente coinvolto i college americani sono stati innumerevoli. Tra tutti, il più ‘celebre’ resta quello della Columbine High School, ’grazie’ al bel documentario (Bowling a Columbine) di un Michael Moore non ancora contagiato da quella retorica narrativa e strutturale di cui è invaso, a nostro avviso, il suo successivo lavoro Fahrenheit 9/11 (2004).
Ancora prima di arrivare alle discussioni, caratteristiche di buona parte degli anni ’80 e ’90 a livello critico e oggi mortificate dal qualunquismo invasivo ed utilitaristico di un intellettualismo da salotto televisivo, circa la deflagrazione della violenza o, sarebbe meglio, l’esasperazione di un realismo che eleva a soggetto principale le pulsioni più intime del genere umano, quali sesso, rabbia, odio, per citarne alcune, basta ricordarsi quello che scrisse Jacques Rivette (Cahiers du Cinéma n. 120, giugno 1961) sul famoso carrello in avanti di Kapò (Gillo Pontecorvo - 1960), per rendersi conto della complessità dell’argomento. Usò termini come ‘disprezzo’ ed ‘abiezione’ per puntualizzare l’orrore insito nella scelta di condurre allo stremo la nostra percezione spettatoriale della sofferenza di una Emmanuelle Riva nell’atto di suicidarsi gettandosi sul filo spinato. Oggi siamo abituati a ben altro e la scelta di Pontecorvo potrebbe non trovarci d’accordo in termini cinematografici ma difficilmente scatenerebbe interrogativi morali risultando perfino ingenua se messa a confronto con altri film, Schindler’s List (Steven Spielberg – 1993) su tutti, che trattano lo stesso argomento.
È innegabile che il cinema, ma non solo, abbia da tempo capito le potenzialità commerciali della violenza, stessa cosa dicasi per il sesso o per qualsiasi altra cosa contenga in sè qualche germoglio scandalistico. È altrettanto evidente che spesso registi mediocri assumono autorialità solo perché, giocando con la necessità, tutta contemporanea, di mitizzare l’estremo o quello che apparentemente ci si avvicina, riescono a costruire prodotti perversi, qualitativamente, e perfetti, commercialmente, abili nell’inserirsi in quella fetta di mercato che guarda con profitto ai più giovani. Ma è altresì assurdamente ipocrita scagliarsi contro questi film in nome di una moralità che cela perbenismo se non disonestà.
Nel momento in cui si accusano pellicole come Natural Born Killers (Oliver Stone - 1994) di istigare all’omicidio o di essere dirette responsabili di eventi di cronaca nera (non ultima proprio la strage della Columbine University, dal momento che Eric Harris e Dylan Klebold usavano l’acronimo NBK come firma) o Funny Games (Michael Haneke - 1997) (entrambi i film ben lontani, a nostro avviso, dal potere essere definiti mediocri) di essere prime colpevoli di una educazione alla violenza si compie un grave ma non casuale errore.
Grave, perché ci si dimentica che il cinema, il più delle volte, non crea la società ma, più verosimilmente, la subisce, e che prima di essere considerato stimolo andrebbe analizzato come effetto.
Ma è sulla non casualità che ci piace insistere, tornando al casus che ha dato vita a queste considerazioni. L’arte, ed il cinema non costituisce eccezione, è il rifugio della realtà, spesso ne è manifestazione ed emanazione ma mai, in una società libera e pensante, dovrebbe esserne giustificazione. Il primo pensiero dell’inerte George W. Bush è stato quello di difendere, comunque, il diritto di possedere un’arma da fuoco facendo praticamente scudo alle dichiarazioni di Larry Pratt, direttore esecutivo di ‘Gun Owners of America’ secondo cui bisognerebbe ‘abrogare le leggi sulle zone libere dalle armi’, aprendo cioè le porte delle scuole alla libera circolazione di armi da fuoco. Cercando di sviare dalla reale consistenza, sociologica e culturale, del problema che, per la sua estrema complessità, meriterebbe molto più di retoriche e fuorvianti crociate moralistiche, si compie ancora un volta il passo verso una indignazione che ha come unica meta solo l’oblio.
Sarebbe forse il caso, allora, di consigliare ad entrambi la visione di The Screwfly Solution, godibilissimo episodio della seconda serie dei Masters of Horror, diretto da Joe Dante, in cui è proprio la corsa agli armamenti, durante lo scoppio di una epidemia, a rischiare di provocare lo sterminio della razza umana.
Bisognerebbe, forse, spingere verso una lettura attenta e, soprattutto, critica di ogni testo, cinematografico e non, prima di ricominciare con le solite stucchevoli e, quasi mai, sottoposte a criteri di verificabilità, prese di posizione.



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