Se sposti un posto a tavola

Nel lontano 1998 Sliding doors ci ha raccontato come il destino possa, molto spesso, alterare in modo sostanziale il percorso di vita di una persona interferendo in maniera decisa su un singolo istante, attimo o decisione presa dalla stessa. La bella Helen Quilley che entra nella metro o ne rimane fuori è rimasta per molto tempo l’immagine simbolo di un tipo di cinema che vuole scandagliare i meccanismi del destino, ineluttabile e perentorio, producendo, attraverso i mezzi che gli sono propri, un cortocircuito con la realtà di tutti i giorni. E’ da quel concetto fondamentale e, al contempo, dalla volontà di spingere al massimo quella formula ‘cinematografica’ fortunata ed esclusiva (è il cinema il mezzo più rapido per penetrare nelle dinamiche interne al fato) che muove l’ispirazione dell’esordiente regista francese Christelle Raynal. Rispetto al film di Howitt il suo Se sposti un posto a tavola è a tutti gli effetti un fratello minore che ne accentua pregi e difetti pur procedendo sulla stessa scia del predecessore. Se da un lato, infatti, la Raynal lascia inalterata la dialettica tra causa ed effetto che il destino produce, dall’altro le costruisce attorno una struttura di tutt’altro tipo, basata principalmente sulla declinazione in chiave ironica degli effetti provocati sui protagonisti, sulla moltiplicazione di personaggi e sviluppi narrativi e sul cambiamento del pretesto scatenante. Non più la perdita di una metro ma la fortuita disposizione dei nomi su uno dei tavoli di un banchetto di nozze. Inizia così Plan de table, con la sposa e il suo ex-fidanzato che per concedersi un ultimo gesto passionale lontano da occhi indiscreti lasciano cadere i segnaposto di un tavolo già addobbato. Cosa succederebbe se quei posti a sedere non fossero decisi dalla logica ma dalla casualità? Questa è la domanda del film. La risposta è nelle mani del protagonista prima e negli eventi stessi poi. Un moltiplicarsi di versioni narrative a cui lo spettatore assiste prima di veder realizzata la degna conclusione voluta dal fato.
Mirabolante per certi tratti, brillante in altri la commedia prodotta dalla Raynal soddisfa le attese del suo pubblico attraverso un ritmo ben congegnato e una congiunzione perfetta tra parole e caratteri. La difficoltà di far convivere un’esigenza di sintesi estrema (il rischio, che a volte si percepisce, è di ridurre il tutto ad una serie di sketch isolati) con la volontà di portare a termine tutte le linee narrative aperte durante il percorso, viene superata dalla regista grazie alla sua capacità di viaggiare a ritmi elevati senza pause di riflessione. Sfruttando in questo senso l’alchimia nata sul set come arma aggiuntiva capace di abbattere i rischi del film corale. Pur soffrendo in talune parti di una assenza evidente di spina dorsale, questa commedia francese tutta equivoci e capovolgimenti, si fa apprezzare comunque per l’allegra spensieratezza del proprio approccio. La Raynal affronta la sua avventura con estrema libertà concedendosi la possibilità di giocare sia con il mezzo cinematografico che con i propri attori. Tutti molto bravi nel saper “tipizzare” i rispettivi personaggi e renderli delle maschere al servizio della storia d’amore. Alla maniera della commedia dell’arte, i caratteri costruiti dalla penna della giovane autrice, spingono all’estremo le proprie bizzarrie, i propri vezi e i propri vizi. Solo per riscoprire, attorno al tavolo del destino, l’essenza del sentimento più nobile. Il loro è un approccio all’argomento molto meno sophisticated di Love actually, giusto per citare un’opera che attraverso la stessa coralità ci descrive le dinamiche dei rapporti sentimentali, ma decisamente più adrenalinico ed effervescente dell’ottimo film di Curtis. Ma d’altronde qui c’è il fato a fare la differenza e dal momento che il suo è un intervento che tutto crea e nulla programma, la "sorpresa" non può che caratterizzare ogni singolo istante di questa gradevole pellicola.
(Plan de table) Regia: Christelle Raynal; sceneggiatura: Francis Nief; adattamento: Francis Nief; fotografia: Eric Guichard; montaggio: Philippe Bourgueil; musiche: Matthieu Gonet; scenografia: Samantha Gordowski; costumi: Sandrine Weill; interpreti: Elsa Zylberstein, Franck Dubosc, Audrey Lamy, Arié Elmaleh, Shirley Bousquet, Mathias Mlekuz, Louise Monot, Lannick Gautry, Tom Raynal, Jérome Daran; produzione: Easy Movies, La petite Reine, Bidibul Productions, Nexus Factory, uFilm; distribuzione: Notorious Pictures; origine: Belgio, Francia; durata: 84’.
