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Seconda primavera

Pubblicato il 6 febbraio 2016 da Alessandro Izzi
VOTO:


Seconda primavera

Sei stagioni: un percorso attraversato in punta di piedi, con leggerezza pudica, senza troppi strepiti malgrado la tentazione costante del melodramma.
E poi quattro personaggi, come le stagioni stesse, con un loro carattere, con un loro modo di essere senza troppi compromessi.

C’è Hikma, ventenne tunisina, ormai italiana, divisa tra il rispetto delle norme familiari, con un fratello troppo protettivo e una madre malata che si spegne poco per volta fuori scena. Poi c’è Riccardo, aspirante scrittore, volubile e scostante, capace per lo più di rincorrere vaghe idee, sensibile abbastanza da cogliere dettagli importanti, ma altrettanto leggero nel “mal” interpretarli. Incapace di prendersi serie responsabilità e caricarsi anche del peso degli felicità degli altri. Quindi c’è Rosanna, moglie di Riccardo, anestetista nell’ospedale di paese, dalla femminilità dolente, schiacciata dal peso della sua professione sulla quale pesa il senso di famiglia. Costretta a fare da madre anche al marito e per questo ben decisa a non avere bambini all’interno di un matrimonio che conta solo sulle sue entrate per andare avanti. E c’è, infine, Andrea, architetto che ha deciso, dopo la morte della moglie, di essere morto anche lui e ha per questo smesso di lavorare, chiudendo ogni possibilità di progetto dietro a un’etica del lavoro che mal scende a compromessi con il rampante mondo dei condoni edilizi e della perenne conversione dei vecchi luoghi di cultura in supermercati. I quattro destini si sfiorano quasi per caso e si scombinano come un mazzo di carte messo in mano a un prestigiatore abile nel gioco di mani.

Sicché Riccardo e Rosanna si separano perché il primo mette in cinta Hikma, appena incontrata alla festa di capodanno. Da parte sua Andrea crede di riconoscere nella ragazza tunisina i lineamenti della moglie e lo stesso modo di sedersi “sempre in bilico” e, forte di un senso di colpa grande per una donna che in passato aveva praticamente abbandonato per stare dietro alla carriera, decide di tentare di costruirne a tavolino la felicità proprio come si fa con i palazzi. Del resto lui la ricetta della felicità la conosce bene e ce la snocciola pian piano per tutto il film con la pulizia di un detto zen: basta vivere all’aperto, creare una bellezza nuova, abbandonare ogni aspirazione e amare. Facile a dirsi in questo mondo in cui la vita all’aperto si soffoca nel cemento, la bellezza la si lascia a dormire nella culla e l’abbandono delle aspirazioni è così tremendamente difficile.

Calogero compone su questo rincorrersi di personaggi nel giardino che tanto ricorda il sogno shakesperiano (non a caso rimesso in scena, durante il film, nel giardino della villa da una compagnia di attori non professionisti) una ronde delicata che flirta continuamente con altri contesti culturali: lirica, teatro, cinema, tragedia greca e musica da camera. La sua regia la mette al servizio di un’estetica dell’immagine che suona un poco anni Novanta (del resto era lì che avevamo lasciato il regista di Metronotte prima di quindici anni di abbandono del set cinematografico) e che per questo ha ricordato a molti (a torto) certa televisione in voga anche oggi.

La restituzione dell’universo dei personaggi suona sincera, come è autentico questo sguardo su un ritorno alla vita e all’apertura del sentimento. Il film, da questo punto di vista, ha dalla sua un calore umano e un sereno senso di accettazione del mistero della vita che ne costituiscono un pregio indiscutibile.
Sapiente nella ricerca quasi musicale di una scrittura abilmente disseminata di ellissi spesso più importanti del resto del narrato, il film inciampa piuttosto nei flashback che, se da una parte sono importanti a dare il senso dei punti di vista dei vari personaggi sulle vicende che vanno faticosamente esperendo, dall’altro rallentano e ingombrano una narrazione altrimenti leggera come una tessitura d’archi. Un inciampo ridondante che si riverbera spesso anche sulla sceneggiatura che troppo spiega, troppo dice, gonfiando la qualità dei dialoghi più verso un teatro un po’ datato che verso un cinema capace di flirtare con i misteri della vita.
Peccato perché soprattutto nel finale l’impressione è quella di un volo alto sulle regioni della possibile poesia.


CAST & CREDITS

(Seconda primavera); Regia: Francesco Calogero; fotografia: Giulio Pietromarchi; montaggio: Mirco Garrone; musica: Alessandro Di Stefano; interpreti: Claudio Botosso, Desirée Noferini, Angelo Campolo, Anita Kravos, Nino Frassica, Hedy Krissane, Tiziana Lodato, Antonio Alveario, Monia Alfieri; produzione: Polittico; distribuzione: Mariposa Cinematografica; origine: Italia, 2015; durata: 106’


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