Senna

Ayrton Senna da Silva indubbiamente è stato un genio delle quattro ruote, in assoluto uno dei più grandi nella storia, uno di quei piloti che - si fosse o no suoi tifosi - sapevano regalare emozioni, in un tempo in cui la Formula 1 era uno spettacolo quasi sempre vibrante, addirittura mozzafiato. Un primo attore, il brasiliano, protagonista negli anni segnati da altri grandissimi dell’automobilismo: Nigel Mansell, Nelson Piquet e il ’grande nemico’, il francese Alain Prost, ognuno di loro emblema di una generazione che tantissimo ha dato alla leggenda di questo sport.
Una leggenda che, nel caso dello sfortunato ragazzo di São Paulo, è durata solamente un decennio, una luminosa parabola che ha unito due differenti epoche: il 1984 di Niki Lauda che vinceva il suo ultimo Mondiale su quella che un giorno sarebbe diventata la macchina di Ayrton – la McLaren – mentre il ventiquattrenne Senna già stupiva tutti sulla mediocre Toleman, in particolare grazie all’impresa di Montecarlo, sotto una pioggia battente, una vittoria scippatagli dal direttore di corsa Jacky Ickx in favore di Prost; e poi il 1994 di quel maledetto 1 maggio, in quello che è stato il più folle e tragico week end nella storia della massima categoria dell’automobilismo su circuito, quando due piloti, due persone, si spegnevano per sempre (sabato il novizio Roland Ratzenberger, domenica Ayrton, l’idolo delle folle), mentre una nuova stella già si profilava all’orizzonte, quella del tedesco volante Michael Schumacher.
Il documentario di Asif Kapadia, trentottenne regista londinese di origine indiana, è un percorso che affronta la vita del campione paulista, un lavoro cui il cineasta ha fatto assumere il profilo di un racconto intimo, con l’obiettivo di dare vita a un rapporto di empatia tra l’attore protagonista e lo spettatore. Un viaggio nella vita di un uomo, non solo il ritratto di un personaggio pubblico. Un film toccante, dove sfila l’amore di Senna per i genitori, come quello per le sue partner e il profondissimo rapporto che lo legava alla religione («Nada pode me separar do amor de Deus» recita l’iscrizione sulla sua lapide); l’amore per le corse e l’odio verso il sistema politico che domina la Formula 1 e cui lui non riuscì mai a uniformarsi; l’amore per il suo Paese, il quale lasciava molti suoi abitanti in una situazione di profonda indigenza, connazionali, persone, che il Campione cercava di aiutare attraverso donazioni, col fine di poter regalare loro un futuro; infine la bandiera austriaca che Ayrton portava con sé nell’abitacolo della sua ultima macchina, il drappo che avrebbe sventolato in onore di Ratzenberger se fosse riuscito a vincere quel gran premio. Una kermesse, quella di Imola nel ’94, che, grazie a un sotterfugio, non venne fermata già dopo di quel primo, mortale, incidente. ’The Show Must Go On’, sempre, per il ricchissimo Circus di nani e ballerine gestito dalla FIA (e da Bernie Ecclestone): basti pensare, per esempio, alla morte di Roger Williamson in Olanda nel 1973, con l’eroico, inutile e doloroso gesto di David Purley, rimasto da solo mentre nessun altro si fermò ad aiutarlo; anzi, sfrecciando, le macchine non facevano altro che alimentare ancor più l’incendio. Perlomeno quello che accadde allora non fu dimenticato: ossia quando il ben più fortunato Niki Lauda, nel ’76, venne salvato da quattro suoi colleghi, probabilmente memori di quanto era accaduto al povero pilota inglese.
Da una parte il Sacrificio; dall’altra la Salvezza.
Senna, per quanto riguarda la sfera più propriamente sportiva e pubblica, verrà ricordato soprattutto per la sua aspra rivalità con Alain Prost. Un destino, quello dei due fuoriclasse, indissolubilmente legato, fin dall’inizio. Dal Gp di Montecarlo del 1984, interrotto quando non si era ancora giunti alla metà dei giri previsti e che forse costò il Mondiale allo stesso pilota francese (che arrivò dietro Lauda di solo mezzo punto) poiché, come da regolamento, i punteggi vennero dimezzati. Dovranno passare alcuni anni, però, prima che anche il brasiliano possa contare su di un mezzo adeguato per poter lottare per il titolo, dopo il triennio alla Lotus: e ciò accadrà quando diventerà compagno di squadra di Prost alla McLaren, per una coabitazione che diventerà sempre più difficile, fino a divenire impossibile, con il francese che, nel 1990, passerà alla Ferrari, nell’ultimo anno in cui i due potranno lottare ad armi pari. E proprio quei tre anni, rischiosi per i due protagonisti assoluti a causa di una rivalità che avrebbe potuto arrecare danni alla loro stessa incolumità, furono fondamentali per rilanciare la Formula 1 presso un vastissimo pubblico internazionale. Dopo la parentesi del ’91-’92 che vide Senna lottare contro Nigel Mansell, il ’93 vedrà Prost sostituire quest’ultimo sul sedile di quella macchina perfetta che fu la Williams-Renault, grazie alla quale il pilota francese vincerà il suo quarto e ultimo Mondiale, prima di ritirarsi definitivamente. E proprio Senna, di cinque anni più giovane del suo avversario, come tutti desiderava ardentemente quella Williams, la macchina tecnologicamente più evoluta che si fosse mai vista, contro la quale anche la McLaren aveva dovuto issare bandiera bianca. E questo fu il destino di Senna, nel ’94, per una Formula 1 che rinunciò a tanta elettronica, a tanta tecnologia, perdendo in sicurezza - come accusato dallo stesso brasiliano - col risultato di avere ora macchine più difficili da guidare. Un destino beffardo e tragico, quello del brasiliano, tradito dalla macchina che tanto aveva desiderato per ricominciare a vincere; tradito, in particolare, da un intervento manuale dei suoi meccanici sul piantone dello sterzo (operazione ovviamente da lui stesso richiesta, ma mal realizzata) che non poté più reggere alle sollecitazioni di una Formula 1. Così come furono pochi centimetri a decretarne la morte, con il puntone della sospensione che attraversò il casco: fu questa l’unica vera ferita sul suo corpo.
L’errore umano, quindi, ma anche un caso terribile, come quello che colpì Ratzenberger, il quale morì alla Curva Villeneuve, ossia il tratto di pista dedicato a quello che, fino ad allora, era stato l’ultimo pilota a morire durante un week-end di Formula 1 ben dodici anni prima (escludendo, quindi, Elio De Angelis, il quale perse la vita durante un test privato a Le Castellet nell’86 e che, tra l’altro, fino all’anno prima era stato compagno proprio di Senna, alla Lotus). Oppure il fato che colpì il pompiere volontario della Cea Paolo Gislimberti, che rimase ucciso da una ruota che si era staccata dalla Jordan di Frentzen, coinvolta in un grosso incidente in pista, nel 2000, al Gp di Monza: coincidenza volle che tutto accadesse nel giorno in cui Michael Schumacher raggiunse le vittorie di Senna; e il caso volle che teatro di questa nuova morte fosse ancora l’Italia. Tutto ciò nonostante dal 1994 al 2000 molto si fosse fatto per aumentare la sicurezza in pista (come accaduto soprattutto nell’epoca post-Villeneuve), sia per quanto riguardava i circuiti che le macchine. Comunque Gislimberti è stata l’ultima persona a perdere la vita a causa di un Gran Premio di Formula 1.
Asif Kapadia ha realizzato un film commovente, che sa utilizzare i mezzi espressivi forniti dal cinema ma senza caricarli in alcun modo, montando abilmente materiali di repertorio (molti dei quali erano fino ad ora rimasti inediti), realizzando non solo lo spaccato dell’esistenza di un uomo, ma anche di uno sport colto nella sua ultima epoca di grande splendore. Un’epoca in cui l’uomo era ancora più importante della macchina.
L’unica pecca di Senna, però, risiede in particolare nei modi in cui viene restituita la rivalità con Prost, mentre vengono taciuti anche altri comportamenti non sempre irreprensibili del pilota paulista, giovane che voleva dimostrare tutto il suo talento, pieno di voglia di vincere, e che non rispettava gli ordini, forse perché non apprezzava per nulla l’aspetto maggiormente ’politico’ di quel mondo, comprese certe buone maniere. Un ragazzo che, fin dal primo giorno che mise piede in F1, sembra che nutrisse un forma di emulazione verso Prost, con quest’ultimo come suo principale obbiettivo. E giusto questo manca nel bel documentario del regista inglese: una visione più completa che possa restituire tutta la grandezza e l’ambiguità di una persona chiamata Ayrton Senna; un’ambivalenza grazie alla quale la sua immagine sarebbe uscita ancora più complessa e profonda e, pertanto, più umana.
Perché i motori sono la più grande metafora della vita che lo sport possa offrire, estremizzando le gioie e i dolori che l’esistenza può donare. Anche quando si può essere traditi: dagli uomini come da una macchina. Un mondo spinto all’estremo, come in quegli anni Ottanta, almeno in quel caso un’epoca mitica e ancora romantica, dove due campioni che si completavano a vicenda, la più grande coppia di piloti mai vista nella storia della Formula 1, potevano non sopportarsi ma ugualmente stimarsi e apprezzarsi. Nonostante tutto.
(id.); Regia: Asif Kapadia; sceneggiatura: Manish Pandey; fotografia: Jake Polonsky; montaggio: Gregers Sall e Chris King; musica: Antonio Pinto; produzione: Working Title Films, Studio Canal, Midfield Films; distribuzione: Universal Pictures International Italy; origine: Regno Unito, 2010; durata: 107’.
