Seta

Quando si parla di trasposizioni cinematografiche di opere letterarie, viene spontaneo fare un confronto tra la pellicola ed il romanzo. E’ un’azione quasi istintiva per chi ha letto il libro, un’associazione mentale a cui è difficile sfuggire. Probabilmente, però, sarebbe più giusto, per un’analisi corretta del film, tenere ben presente la natura distinta delle due opere. Questo vale per il 90% delle trasposizioni cinematografiche di romanzi; ci sono anche però situazioni che non possono non prevedere un’analisi comparativa tra film e pagina scritta – vedi ad esempio le operazioni di Kubrick (su tutte, Eyes Wide Shut tratto da Doppio Sogno di Schnitzler) e Cronenberg (indimenticabile il suo Naked Lunch ispirato al testo di Burroughs) – perché in questi casi l’operazione di traduzione in immagini deve essere considerata essa stessa un’opera meritevole di approfondimenti e studi in quanto non semplice trasposizione ma vera e propria rielaborazione.
Questa introduzione è necessaria per parlare di Seta, film diretto da Francois Girard e tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro Baricco.
Soprattutto perchè non si può che inserire questa pellicola nel 90% di cui sopra. Infatti, la traduzione cinematografica in questo caso ha ben poco di artistico e soprattutto il regista non riesce a dare un’impronta personale al suo racconto. Il risultato è una pellicola che passa inosservata, che regala poche emozioni e che soprattutto trasmette quella furbizia, ultimamente frequente al cinema, nel cercare di ipnotizzare lo spettatore con belle immagini e eleganti movimenti di macchina abbinati a dialoghi ad effetto e scene commoventi.
Ammettiamo che non è facile adattare un romanzo di Baricco perché il suo stile è caratterizzato da un andamento da poesia in prosa che, piaccia o no, rappresenta ciò che ha veramente spinto l’autore italiano verso il successo internazionale. Il problema è che Girard si perde in questo successo: piuttosto che cercare di dare alla rappresentazione filmica un tocco personale ed originale, si limita a confezionare una storia d’amore che ha conquistato con la pagina scritta lettori di tutto il mondo.
Ciò di cui si avverte principalmente l’assenza è l’approfondimento di tematiche come l’opposizione tra la cultura europea e quella orientale o come il progresso dell’economia attraverso il commercio intercontinentale. Il film di Girard tratta questi temi solo di sfuggita, interessandosi esclusivamente ad un’eleganza formale che offre solo bei paesaggi senza scavare nei significati che dietro essi potrebbero nascondersi. La sua regia rimane dunque superficiale, banale, e rende l’opera monotona e senza cambi di ritmo.
Lo stesso vale per gli attori, in altre occasioni invece molto efficaci. Keira Knightley, ormai veterana dei film in costume, sprigiona come sempre il suo fascino, ma non riesce in alcun modo a mettere in luce i sentimenti contrastanti del suo personaggio. Michael Pitt appare disorientato e il dissidio interiore del suo Hervè non trapela mai dalle sue espressioni.
Il film dunque si trascina verso il finale senza dire nulla e senza mai decollare. Forse il problema maggiore va riscontrato direttamente nella sceneggiatura piatta e dispersiva, scritta a quattro mani dal regista e da Michael Golding.
(Silk) Regia: Francois Girard; soggetto: dal romanzo di Alessandro Baricco Seta; sceneggiatura: Francois Girard, Michael Golding; fotografia: Alain Dostie; montaggio: Pia Di Ciaula; musica: Ryuichi Sakamoto; scenografia: Emita Frigato, Fumio Ogawa; costumi: Kazuko Kurosawa, Carlo Poggioli; interpreti: Michael Pitt (Hervè Jouncour), Keira Knightley (Helene Jouncour), Alfred Molina (Baldabiou), Koji Yakusho (Hara Jubei); produzione: Asmik Ace Entertaument, Vice Versa Film; distribuzione: Medusa; origine: Canada, Francia, Italia, Gran Bretagna, Giappone; durata: 110’.
