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Shakespeare/Venere e Adone

Pubblicato il 24 febbraio 2009 da Giovanna Vincenti


Shakespeare/Venere e Adone

Roma, Teatro IndiaVenere e Adone, poema di un giovane Shakespeare ai suoi esordi, scritto nel 1593 (anno della chiusura dei teatri per via dell’epidemia di peste) ha tutta la fisicità, la ‘teatralità’ di un testo scritto espressamente per il palcoscenico.Valter Malosti ci propone quello che Douglas Bush definiva ‘il vademecum dell’amatore, ugualmente popolare nella biblioteca quanto nel boudoir e nel bordello’, in chiave marcatamente postmoderna, nel pieno rispetto di quella costante oscillazione tra tragico e farsesco, tra sensualità e violenza che caratterizza l’opera.

La narrazione è, fin da subito, incalzante e avvincente. Ciò grazie alla splendida traduzione firmata dallo stesso Malosti, rispettosa dell’immensa potenza evocatrice del verbo shakespeariano. E grazie, anche, alla particolare attenzione all’elemento sonoro e musicale che scandisce il tempo di questa ineluttabile tragedia che si consuma da alba ad alba. Il paesaggio idillico-pastorale lascia spazio ad una foresta al neon. Tinte vivide, sgargianti eppure allo stesso tempo sinistre, morbose segnano lo scorrere della giornata. Un cielo allucinato.

La messa in scena è apparentemente statica. Venere e Adone fanno la loro apparizione in uno scomodo abbraccio, quasi statuario, su di una piccola pedana che scorrerà avanti e dietro su di una rotaia per tutta la durata della rappresentazione. In realtà, però, gestualità e movimento marcano quel confine, altrimenti labile, tra l’avvenimento teatrale vero e proprio e la lettura scenica di quello che, in fin dei conti, resta, comunque, un poema, - idea che ci viene suggerita anche dall’unica voce parlante, quella di Malosti.

Col volto truccato, pantaloni di pelle e una camicia dai colori sgargianti, Valter Malosti narrerà la vicenda. Ma al tempo stesso, incarnerà anche una contemporanea Venere di periferia, carnale e famelica, dal marcato accento napoletano. E, ancora, darà voce (ben poca, in realtà) ad Adone, il muto e frigido oggetto del desiderio amoroso della dea, il cui corpo sarà, invece, Daniele Trastu.

Costretti nell’angusto spazio della pedana, i due personaggi saranno in costante movimento. In particolare le movenze di Adone, sinuose e febbrili, rivelano il suo atteggiamento recalcitrante e indifferente. Quasi completamente privato della parola, di ghiaccio dinanzi alle proposte amorose della dea, a cui preferisce, di gran lunga, la caccia al cinghiale, Adone è un corpo che palpita e si dibatte spasmodicamente per sottrarsi alla stretta morsa divina. Troppo forte per abbandonarsi. Troppo debole per liberarsene…

Del resto la dea non risparmia alcuna energia pur di ottenere ciò che brama. Venere ci viene presentata in tutta la sua pagana focosità e così poco divino contegno. Una gestualità solenne e, al tempo stesso, decisa, crudele accompagna l’incalzante susseguirsi di immagini poetiche di memorabile intensità con cui la dea cerca di conquistare il giovane.

Afferma Malosti ‘Venere è una dea/macchina, dea ex machina ma anche sex machine, macchina barocca che tritura suoni e sputa parole. Una macchina di baci, una macchina schizofrenica di travestimento, una macchina di morte per l’oggetto del suo amore’. La dea è talmente vittima del proprio folle desiderio inappagato da potersi trasformare in carnefice. E non solo. Talmente fuori di sé, da condannare l’umanità ad un amore inscindibile dalla sofferenza.


Autore: William Shakespeare; uno spettacolo di: Valter Malosti; coreografie: Michela Lucenti; scene: Paolo Baroni; luci: Francesco Dell’Elba; costumi: Marzia Paparini; assistente alla regia: Francesco Visconti; traduzione e ricerca musicale: Valter Malosti; con: Valter Malosti, Daniele Trastu, produzione: Teatro di Dioniso / Fondazione del Teatro Stabile di Torino Residenza Multidisciplinare di Asti con il sostegno del Sistema Teatro Torino


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