X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



Shoot’em up – spara o muori (Conferenza stampa)

Pubblicato il 15 aprile 2008 da Gianluca Cassetta


Shoot'em up – spara o muori (Conferenza stampa)

Roma. In un’atmosfera accomodante si è accomodata – scusate il gioco di parole – una bellissima Monica Bellucci per parlare dell’ultimo film che la vede protagonista Shoot’em up – spara o muori, pellicola diretta da Michael Davis, noto per aver diretto la divertente commedia 100 girls. Distribuito in Italia dalla Eagle Pictures, e prodotto dalla New Line Cinema, il film vede tra i protagonisti – oltre alla Bellucci – Clive Owen e Paul Giamatti, un trio ben amalgamato e che ben si è comportato sullo schermo sotto la direzione di Davis. “Un film esagerato e surreale, sublimato all’estremo”, dice la Bellucci: “Ho accettato di farlo solo dopo aver letto il copione. La forza fumettistica dello story board, considerando che il fumetto ha rappresentato nella mia adolescenza una palestra di lettura, ha giocato un ruolo fondamentale”. Certo siamo abituati ormai a vedere la Monica nazionale impegnata in produzioni straniere, ma questa sembra non solo averla colpita al punto da accettare la parte, ma anche divertita: “Insieme a Owen e Giamatti ci siamo davvero divertiti durante le riprese”, e in particolar modo racconta un aneddoto su tutti: “uno dei momenti in cui ho riso di più è stato quando ho dovuto insegnare a Giamatti l’esatta pronuncia di mia piccola troietta”, una delle tante battute in italiano in un film che in lingua originale prevede per Monica una recitazione bilingue. E come tradurre poi in italiano un doppio registro? “L’idea è stata del direttore del doppiaggio Francesco Vairano: ha avuto la brillante idea di farmi doppiare le parti in inglese con l’italiano, e le parti in cui parlavo italiano nel film originale le ha tradotte in dialetto napoletano”, dialetto che la Bellucci stessa ammette di non conoscere ai tempi del lavoro di post produzione, ma che alla fine “con un piccolo corso fatto dallo stesso Vairano sono riuscita ad apprendere”. Il lavoro non ha certo dato frutti totalmente positivi, perchè che la Bellucci non sia napoletana lo si sente e come, ed è lei stessa ad ammetterlo. Si sofferma poi a parlare dei problemi relativi agli aspetti artistici del doppiaggio: “in Italia è molto difficile trovare una sala che proietti i film in lingua originale”, ahimè lo sappiamo ed è una grave pecca: “questo inserisce una serie di problematiche durante il lavoro di doppiaggio, perchè se devi doppiare qualcuno che non sei tu allora puoi provare a fare tua la parte e metterci qualcosa di creativo, ma se sei tu a dover doppiare te stessa allora hai come la sensazione di parlare con un muro bianco” – con la diretta conclusione che in quest’ultimo caso il film è come se lo stai girando di nuovo, “ma senza il set: e il cinema si fa sui set, con troupe e macchina da presa”. D’altronde come non comprenderla – lei che è costretta a girare in questo senso un film per ben tre volte (italiano, americano e francese)? Sembra un po’ di rivivere i doppiaggi di Stanlio e Onlio, in cui Stan Lorel e Oliver Hardy si preoccupavano di girare il film in tutte le lingue dei paesi nei quali sarebbe stato distribuito. E poi parla del film, e ne parla quasi sorpresa dai molti atteggiamenti positivi della critica rispetto alla pellicola: “è la storia di Smith e di questa donna, una prostituta, due personaggi erranti che si ritrovano e si amano proprio grazie al bambino che insieme decidono di salvare”, sottolineando come nessun bambino in carne e ossa sia “stato mai messo a rischio durante le riprese, e per l’80% del film quello che si vede è un pupazzo felicemente ricostruito, come solo gli americani sanno fare”. Eppure nonostante il film non sia di certo una pellicola dalle forti complessità, Monica non tarda a sottolineare di come sia stato difficile realizzare alcune scene, per la difficoltà riscontrata nel mettere in atto i movimenti complessi che spesso i passaggi del film richiedevano. Fra tutte la mirabolante e ottovolantesca scena di sesso, durante la quale Clive Owen non solo è impegnato nell’atto sessuale con Monica, ma deve tenere testa agli scagnozzi di mister Herz (Paul Giamatti) che fanno irruzione nell’albergo per ucciderli: “è stata senza dubbio la più difficile. Le posizioni, i movimenti: tutto doveva essere legato in maniera perfetta e in un atmosfera di caos generale”. Sul suo personaggio, una prostituta, ci racconta di come non sia “facile comprendere la vita e la sensibilità di una donna costretta a quel tipo di vita. Io mi limito a mettere in scena un personaggio interpretandolo, a recitare una parte”. Una prostituta ben diversa, quella di Donna Quintano, dalla prostituta storica e religiosa di Maria Maddalena, ruolo interpretato precedentemente nel blockbuster The passion diretto da Mel Gibson: “ogni prostituta ha una sua complessità e il ruolo, seppure sia lo stesso, prevede comunque una recitazione e uno spessore differente”. La conferenza stampa dal film poi scivola sulla vita di tutti i giorni e scopriamo una Monica Bellucci full time, con una vita piena da non consentirgli distrazioni: “non faccio ginnastica perchè non ne ho il tempo materiale e la stessa cosa vale per internet: non sono molto brava a navigare e spesso c’è qualcuno che lo fa per me. Io sono rimasta a Topolino e Paperino”; qualche considerazione poi va al cinema italiano, che la Bellucci vede “in gran forma e in ripresa dalla crisi” – per poi aggiungere che “anche in Francia la crisi c’è, soltanto loro hanno il vantaggio di avere più produzioni rispetto al nostro paese”. Si va verso le conclusioni e oltre a scoprire una Bellucci che si cura soltanto attraverso l’omeopatia, ne troviamo un’altra che non ama parlare di se stessa: “io sono un’attrice: devono essere le persone a parlare di me, i critici e la stampa”.


Enregistrer au format PDF