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Effetti collaterali

Pubblicato il 2 maggio 2013 da Matteo Galli
VOTO:


Effetti collaterali

Side Effects è uno psycho-triller dall’ottimo ritmo che funziona bene, anche se, alla fine, si rivela non proprio coraggiosissimo, né sul piano della forma né sul piano dei contenuti. Quanto meno, non altrettanto coraggioso, quanto lo era Traffic. Sul piano della forma è un classico film hollywoodiano, ben girato, ben scritto e ben recitato (abbastanza credibile Jude Law nel ruolo di psichiatra, sufficientemente dark Catherine Zeta-Jones nel medesimo ruolo al femminile: difficile ricordare due psichiatri altrettanto sexy nel cinema americano). Sul piano dei contenuti, da buon film hollywoodiano, il film stringe un compromesso, media, negozia. Negozia fra il film di denuncia – stavolta è di turno il mondo degli psicofarmaci e, in subordine, il mondo della pubblicità che promette, attraverso di loro, la felicità – e il film alla fine consolatorio, dove vengono riaffermati il valore dell’onestà, della correttezza e della famiglia, malgrado, in fondo, faccia un certo effetto rimarcare che lo psichiatra buono non è di origine americana ma di origine inglese. Scritto e prodotto da Scott Z. Burns che aveva anche sceneggiato Contagion – anche Burns, come Matt Damon, aveva in un primo momento pensato a girarselo da solo il film – Side Effects è un esempio addirittura scolastico di una drammaturgia hollywoodiana in tre atti. Data l’appartenenza al genere suddetto, non sarebbe gentile spiegare nel dettaglio come funziona, il terzo atto, almeno, va taciuto. Basti dire che la vicenda ha inizio con una serie di virtuosi movimenti della macchina da presa, dapprima con un carrello laterale su una gru, poi con lo zoom dentro un appartamento ai piani alti, infine con una panoramica raso terra, sul pavimento vistose tracce di sangue, la casa, dopo la tragedia, è abbandonata, come in Amour. Dopo il prologo ha inizio il primo atto, tre mesi prima. Emily Taylor (interpretata dalla shooting star Rooney Mara, nominata l’anno scorso agli oscar per Millennium) riceve il marito che torna dal carcere, con alle spalle quattro anni di detenzione per inside trading. E poco dopo cade talmente in depressione che compie una scelta molto simile a quella di Cahit, il protagonista de La sposa turca, in un parcheggio sotterraneo si mette in macchina e va a sbattere a tutta velocità contro una parete. Come Cahit non ci lascia la pelle. E, all’ospedale non conosce Sibel ma lo psichiatra, il dottor Jonathan Banks (Jude Law), il quale accetta di dimetterla dall’ospedale a patto che entri in terapia da lui (si fa così?). La paziente, non priva di trascorsi psichiatrici (era in cura dall’algida Zeta-Jones con crocchia, occhiali, rossetto e tailleur) si rivela particolarmente refrattaria ai vari trattamenti, alle diverse sostanze tanto che ben presto – sarà la fine del primo atto – la donna, fin qui semmai incline a istinti autolesionisti e suicidi, piazzerà una bella coltellata nella pancia del povero marito, che stava meglio in carcere, evidentemente. Il primo atto si riconnette al prologo. Il secondo atto è quelle delle perizie e delle controperizie, court movie e film da manicomio criminale stile Schegge di paura: atto inconsulto sotto l’effetto degli psicofarmaci o atto omicida? E che ruolo ha svolto in questa vicenda lo psichiatra? Le sue azioni – la metafora non è scelta a caso, chi vedrà il film lo capirà - cominciano a precipitare, i dubbi su una sua volontaria o involontaria responsabilità aumentano a dismisura e il povero Jude perde un po’ tutto: lo studio superfigo, la moglie, il contratto da 50.000 dollari con l’azienda farmaceutica per testare con alcuni pazienti un nuovo farmaco e perfino i suoi perfetti completi, le sue splendide camicie, le sue azzeccatissime cravatte. Comincia, come si conviene, anche a sbevazzare. Fine del secondo atto. Il terzo non si può raccontare, ovviamente. Il meccanismo thriller, una certa deriva softcore alla Basic Instinct finisce per annacquare l’accusa contro il sistema, contro le compromissioni fra medici e industrie farmaceutiche. E contro il fatato mondo dell’advertising.


CAST & CREDITS

(Side Effects); Regia: Steven Soderbergh; sceneggiatura: Scott Z. Burns; fotografia: Peter Andrews; montaggio: Mary Ann Bernard; interpreti: Jude Law (Dr. Jonathan Banks); Rooney Mara (Emily Taylor); Catherine Zeta-Jones (Dr. Victoria Siebert); Channing Tatum (Martin Taylor); produzione: Endgame Entertainment; origine: USA, 2013; durata: 106’


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