Sotto le bombe

“La terra trema ma non crolla”. In questa significativa frase pronunciata con tono solenne da un anziano e saggio signore ai due protagonisti del film si riassume gran parte del significato di un’opera realizzata con impegno, riflessione e profondo senso di responsabilità. Un film istintivo e logorante attraverso il quale si riassapora il gusto più profondo della vita.
Libano 2006. La terra trema nuovamente per quella parte del mondo martoriata dal peso della storia. Ma come è accaduto nel corso degli anni, il suolo è destinato ancora una volta a non crollare. Nulla rimane sotto le bombe. Sopravvivono solo i sentimenti più puri di quegli esseri umani la cui vita ricomincia da zero ogni qualvolta un esplosione ne risparmia l’esistenza. La disperazione, la sofferenza, l’amore crescono a dismisura nei luoghi della discordia e, così facendo, si aprono il cammino tra il nugolo di macerie rimaste per le strade e la polvere che si spande nell’aria.
Questo piccolo intenso film grida con forza che la vita sotto le bombe non deve necessariamente assumere i tratti della semplice ’sopravvivenza’ ma a volte può arrivare a trascendere la propria odierna natura surrettizia per abbandonarsi alla scoperta della incontaminata essenza che ne è alla base (in questo senso risulta addirittura commovente una coinvolgente scena di sesso presente nell’opera). Ed ecco che sotto le bombe la disperazione veste i panni dello strazio, gli sguardi si fanno allo stesso tempo severi e solidali, quello che resta delle famiglie si consolida come non mai mentre l’amore e l’odio raggiungono la sincerità assoluta.
Il regista franco-libanese Philippe Aractingi (Bosta) tenta in questa sua seconda opera di rappresentare l’ampia gamma di umane reazioni che accompagnano lo sciame di bombe lanciate nell’ennesimo conflitto tra Israele ed Hezbollah. Decide di farlo scendendo sul campo di battaglia, vivendo a contatto con i fratelli rimasti in vita e sotto quelle bombe che nel frattempo ne uccidono tanti altri. Ma non si vedono morti nel suo film proprio perché è arrivato il momento di capire che, anche sotto la minaccia di un bombardamento, la vita è destinata a proseguire; nonostante su di essa gravi una tragicità a volte più pesante della morte stessa.
E’ vero, la vita continua… “e la vita continua” anche “sotto le bombe”. Aractingi si posiziona sulle orme di Kiarostami, assumendosi la responsabilità di proseguire il discorso del regista iraniano e facendo proprio il concetto ispiratore di uno dei suoi titoli più famosi. Affidandosi alla tecnica consolidata del docu-dramma il regista si limita a presentare il prototipo della vittima, di colui che indistintamente subisce la guerra in ogni angolo del mondo. Lo raffigura negli abiti che più conosce, che più sente propri: quelli libanesi. Senza lasciare spazio ad alcun tipo di fraintendimento egli si impegna a non strumentalizzare il coinvolgimento della propria posizione e opta invece per una partecipazione emotiva nei confronti di tutti i vinti del pianeta.
La sincerità dei sentimenti cattura anche il suo sguardo trasformando pian piano la sua apparente distanza in una forma di assoluta militanza: quella che preferisce all’accostamento con i signori della guerra una battaglia a difesa di chi la guerra è costretto solo a subirla.
Consapevole che l’arma principale con cui combattere questa battaglia è la sincerità, l’occhio autoriale si sottomette alla tragicità degli eventi senza mai filmare contro di essi. Li trova, li segue, li fotografa con spirito neorealista, per incastonarli immediatamente dopo sullo sfondo di una fiction drammatica appositamente costruita: la storia di Zeina, del tassista Tony (interpretati da due dei pochissimi attori professionisti presenti nel film) e del loro viaggio alla ricerca del figlio della donna scomparso durante lo scoppio della guerra.
Il racconto prende avvio dal giorno del “cessate il fuoco” nel quale la donna comincia una personale via crucis tra le strade di quella terra ormai abbandonata da anni. La sua unica ragione di esistere è la consapevolezza di poter riabbracciare al più presto il piccolo Karim. Con la frenesia di chi vede il tempo come un nemico, la donna parte da Beirut verso i territori dilaniati del sud libanese; e lo fa a bordo del taxi di Tony, l’unico che si offre di portarla verso quella destinazione ma anche l’unico che sarà capace con il passare del tempo di sintonizzarsi sulla stessa frequenza della donna e di capire la lacerazione profonda causata dalla lontananza di una persona cara (anch’egli soffre visibilmente per il distacco dal proprio fratello, costretto a vivere in Israele per presunti motivi politici).
La diversità apparentemente incolmabile dei due protagonisti decade con il passare dei minuti arrivando a tramutarsi in corso d’opera in un rapporto di profonda empatia (che non sfocia mai nel banale) capace di attenuare i più drammatici accadimenti. Tra una informazione più o meno attendibile ed un incontro più o meno illuminante, la ricerca dei due si fa sempre più disperata. Giunti a Kherbet Selem, paese della sorella di Zeina, scoprono che quest’ultima è morta mentre Karim, secondo quanto sostenuto da un bambino del villaggio, è stato portato via da alcuni giornalisti francesi. E la via crucis ricomincia inesorabilmente verso quella ‘illusoria’ piccola luce di speranza apparsa improvvisamente dal buio.
Sotto le bombe è un road-movie il cui ‘moto a luogo’ si tramuta nel corso del film in un moto dell’anima, della coscienza e della speranza. Tra le lamiere dell’autovettura occidentale che trasporta Tony e Zeina non filtra l’odore di morte proveniente dallo sfondo delle inquadrature.
Dentro la macchina si soffre ma si vuole sperare; mentre fuori è difficile poterci riuscire per la sofferenza che si propaga come un virus tra le piaghe della terra. E allora non resta che muovere quella autovettura e non lasciarsi catturare dalla staticità della disperazione circostante.
La dicotomia è netta tra i luoghi esterni del film e quelli interni. Ogni qualvolta la narrazione si stabilisce in luoghi riparati (la macchina, il motel, le case) la dimensione finzionale prende vita, la drammaturgia va in onda e si innalza a protagonista assoluta della scena, pur restando indissolubilmente legata alla realtà. Quando si esce all’aperto invece, la finzione sembra farsi muta nel rispetto dei lamenti autoctoni e scompare dalla scena per lasciar parlare le immagini (molte delle quali assolutamente reali).
Anche i due bravissimi protagonisti riescono con maestria ad azzerare la loro presenza nel momento in cui si ritrovano ad affrontare l’imbarazzante realtà circostante. Non fanno altro che affidarsi alla discrezione della regia di Aractingi, il quale è attentissimo nel saper scovare, con un misto di fibrillazione e caparbietà, l’istante più opportuno da catturare.
La regia è presente nel momento in cui sceglie l’oggetto da filmare e il punto di vista con cui rappresentarlo ma è pronta ad alleggerire la sua pressione non appena ciò che l’occhio ha scelto di riprendere comincia a vivere di vita propria.
Sotto le bombe rivela al pubblico dei momenti di cinema emozionante (la scena finale in cui la donna riceve una carezza da un figlio che non è il proprio), pedagogico (le molte immagini dal sapore di documentazione storica) e costruttivo (il coraggio più volte dimostrato dai due protagonisti). Attraverso l’elaborazione di una calibrata dialettica tra finzione e realtà il film riesce a non essere noioso fatta eccezione per qualche sporadica frenata narrativa la cui consistenza intacca visibilmente uno sviluppo che avrebbe dovuto e potuto proseguire senza alcun tipo di problema.
Nel complesso Sotto le bombe è un film che rimane nella mente e nell’anima di chi lo guarda; crescendo attimo dopo attimo, minuto dopo minuto. Alla luce del seguente risultato è logico pensare che la lunga tradizione di cinema neorealista abbia trovato in Libano un terreno fertile sul quale prendere forma e in Philippe Aractingi una personalità assolutamente adatta nel saper rinnovare questa attitudine morale.
(Sous les bombes); Regia : Philippe Aractingi ; Sceneggiatura : Michel Léviant, Philippe Aractingi ; Fotografia : Nidal Abdel Khalek ; Montaggio : Deena Charara ; Musica : René Aubry, Lazare Boghossian ; Interpreti : Nada Abou Farhat (Zeina), Georges Khabbaz (Tony), Rawya El Chab (la ragazza della reception), Bshara Atallah (il giornalista) ; Produzione : Capa Cinéma - Starfield Productions - Art’Mell - Fantascope Productions ; Distribuzione : Fandango ; Origine : Francia/Libano/UK/Belgio, 2007 ; Durata : 98’ ; Web info : sito ufficiale
