Southpaw – L’ultima sfida

È una vita difficile quella che sullo schermo si consuma, malgrado il luccichio delle spettacolari performance di Billy Hope sul ring e nella vita, vita che sempre un ring è, quadrato palcoscenico sul quale mettersi in mostra, come animale in gabbia, sbarre delimitate da corde e angoli, tra attori che possono esibirsi tramite pensiero, raziocinio e una rabbia (non sempre solo) agonistica. Attraverso pugni pesanti come macigni: dentro e fuori dal recinto.
Questa è la vita di Bill ’The Great’ Hope (Jake Gyllenhaal): un ’southpaw’, pugile mancino cresciuto in un orfanotrofio nel difficile quartiere newyorkese di Hell’s Kitchen e da lì issatosi fino alla corona di campione del mondo nella categoria Mediomassimi, per le quattro organizzazioni pugilistiche, allori più e più volte difesi dalle mire degli sfidanti che gli si sono parati di fronte. Ma un evento distruggerà tutto, vita privata al pari di quella pubblica, lasciandolo quasi completamente solo e gettandolo sul fondo della scala sociale, che Bill tenterà di risalire grazie all’aiuto del suo nuovo mentore, Titus ’Tick’ Wills (Forest Whitaker), il migliore allenatore di boxeur dilettanti che vi sia nella Grande Mela, oltre che della figlia, la piccola Leila Hope (Oona Laurence).
Non è un regista dalla mano leggera, Antoine Fuqua: e, probabilmente, mai lo è stato. Forse ancor più qui, sullo script di Kurt Sutter (già celebre come uno degli scrittori di The Shield e, successivamente, ideatore di Sons of Anarchy), autore di affascinanti mondi cupi e violenti. E la descrizione di un mondo brutale funziona in Southpaw, ma solo all’inizio, laddove porta in scena uno spettacolo rutilante e sanguinario, realtà amplificata attraverso l’espressività cinematografica che ricrea quello che è uno spettacolo dal vivo, con l’immagine del campione vincente ingigantita dallo schermo che si trova al di sopra della testa sua e di quelle del pubblico festante.
Un’esistenza ’Larger than life’ che scorre tra fiumi di sangue e denaro, in un vortice che emerge dietro una facciata di sicurezza, e anche sicumera, da giganteggiante atleta professionista emerso dai bassifondi e preda di un universo kitsch che è simbolo di una spinta verso l’eccesso figlia del sistema capitalista che in particolare dagli Stati Uniti si è espanso in gran parte del globo: sistema che solo apparentemente e alquanto ipocritamente afferma di voler privilegiare l’individuo, laddove quest’ultimo è al contrario facilmente sostituibile, divenendo parte e ingranaggio di un apparato di produzione di massa per le masse, leva fondamentale per realizzare soldi su (e grazie ai) soldi. In ogni caso, al di là del denaro in quanto tale che è lungamente citato in Southpaw, la maggiore dimostrazione di schiacciamento dell’individuo rispetto alla collettività è dato dai problemi incontrati dal grande campione quando finisce tra le grinfie del sistema giudiziario e dei servizi sociali americani. Occorre tuttavia rammentare come il cognome del protagonista sia ’Hope’, vocabolo che significa ’Speranza’...
E di speranza si parla in questo film, per una storia molto americana che utilizza il sottogenere del cinema pugilistico, con continui rimandi ad opere come Rocky 1 e 2, Million Dollar Baby (per il personaggio di Titus ’Tick’ Wills) e Toro scatenato (a causa della violenza e dell’autoflagellazione del protagonista, dentro e fuori dal ring). E, assieme alla speranza, viene rappresentato un percorso di crescita e di formazione, laddove Hope dovrà liberarsi del suo passato, della rabbia che lo accompagna si immagina fin da bambino e che portava con sé sul ring anche al culmine della propria carriera, per poter imparare a boxare (e a vivere) con maggiore maturità ed equilibrio.
Un film, Southpaw, che nulla aggiunge a un sottogenere, quello del cinema pugilistico, che tanto ha dato alla settima arte, per colpa del copione di Sutter e della regia di Fuqua, incapaci di donare profondità alla pellicola, procedendo piuttosto per scatti e salti, con spesso una fretta esecutiva che provoca una incoerenza stilistica e una incapacità di armonizzare con fantasia i diversi piani espressivi, scadendo in un tipico melodramma pugilistico, disperso tra lacrime e sangue in modo banale e fastidioso. Laddove sarebbe stato interessante vedere in particolare il rapporto tra Bill e la figlia siluppato in maniera più pregevole: non tanto e non solo, però, tale rapporto preso singolarmente, quanto rispetto all’intera economia del film.
Unica menzione d’onore va in ogni caso a un grande Jake Gyllenhaal: sua una performance che si destreggia tra fisicità e interiorità, punto focale dell’attenzione dell’intera opera, ma senza prevaricarla. Nemmeno il resto del cast demerita, risultando comunque funzionale: su tutti Rachel McAdams, capace di delineare, con classe, attraverso pochi e instantanei tratti (pose, abiti, sguardi e ovviamente parole) una donna con la propria forza, proveniente dal sottoproletariato urbano e diventata una First Lady della boxe; già più anonima, invece, la prova di Forest Whitaker, il cui personaggio deve sì rimanere sullo sfondo, ma che viene tuttavia restituito dall’attore texano in maniera fin troppo anodina.
(Southpaw); Regia: Antoine Fuqua; sceneggiatura: Kurt Sutter; fotografia: Mauro Fiore; montaggio: John Refoua; musica: James Horner; interpreti: Jake Gyllenhaal (Billy Hope), Forest Whitaker (Titus ’Tick’ Wills), Rachel McAdams (Maureen Hope), Oona Laurence (Leila Hope), Curtis ’50 Cent’ Jackson (Jordan Mains), Naomie Harris (Angela Rivera), Miguel Gómez (Miguel ’Magic’ Escobar), Skylan Brooks (Hoppy), Beau Knapp (Jon Jon), Victor Ortiz (Ramone), Rita Ora (Maria Escobar); produzione: WanDa Pictures, Escape Artists, Fuqua Films e Riche Productions; distribuzione: 01 Distribution; origine: USA, 2015; durata: 124’; web info: sito ufficiale italiano, sito ufficiale internazionale, pagina Facebook italiana ufficiale, pagina Twitter internazionale ufficiale, pagina Instagram internazionale ufficiale.
