Soy Nero (Concorso)

Viene spontaneo parlare di Soy Nero, sesto film del regista di origine iraniana Rafi Pitts - che nel 2010 aveva presentato a Berlino il notevole Il cacciatore - paragonandolo in qualche misura a Fuocoammare di Gianfranco Rosi, pur essendo l’uno un film di finzione e l’altro un documentario. Entrambi sono film che nascono dall’urgenza di raccontare un fenomeno politico di particolare emergenza: nel caso di Rosi, lo sappiamo bene, il dramma della migrazione, nel caso del film di Pitts si tratta di un fenomeno certamente di minore portata – l’attraversamento clandestino della frontiera fra il Messico e gli Usa – ma di dimensioni non meno simboliche, perché anche quella frontiera separa mondi lontanissimi. Il fenomeno lo si conosceva; quel che non si sapeva – ed è su questo aspetto che il film oggi in concorso si propone di fare luce - è che alcuni messicani (o più in generale: alcuni emigrati) che ce l’hanno fatta a mettere piede nel territorio degli USA ma vogliono emanciparsi da uno stato di continuo precariato, col rischio di un improvviso controllo del proprio documento d’identità - ciò che comporterebbe un immediato foglio di via – cercano di ottenere la sospirata green card arruolandosi nell’esercito degli USA e guadagnandosela sul campo di battaglia. Anche se poi nemmeno di questo do ut des esiste completa certezza, perché si dà anche (e non di rado) il caso che, malgrado i servigi prestati, il malcapitato possa ugualmente essere rispedito a casa propria. Ed è proprio quanto sembrerebbe accadere nella scena finale del film al protagonista Nero che termina il proprio tormentato itinerario in modo non molto diverso da come l’aveva cominciato, correndo correndo verso un futuro incerto.
Il film inizia bene: dopo un tentativo andato a vuoto, Nero approda negli Stati Uniti, fa l’autostop, viene caricato su una macchina da un tipo con i nervi non saldissimi, gli strani dialoghi in macchina sono forse quanto di meglio il film abbia da offrire; fin quando Nero arriva a Los Angeles a trovare il fratello Jésus che lavora in un garage, probabilmente ancora con documenti falsi. Nero, prima ancora di (non) ritrovare il fratello, ha già concepito, a quest’altezza, il suo progetto di vita: si arruolerà per ottenere la green card. A Los Angeles, anzi più esattamente sulle colline di Beverly Hills ha inizio la seconda lunga, ahimè troppo lunga sequenza: il fratello e Mercedes, la sua donna, sono sorprendentemente approdati fin quassù, se la spassano in una megavilla superkitsch, nessuno, a parte forse Nero, si illude che le cose stiano davvero così. Passa una notte e tornano i padroni e si scopre che Jésus e Mercedes erano solo i domestici. Nero deve rimettersi in cammino. Lunga ellissi.
Inizia la terza lunga, ahinoi lunghissima sequenza. Posto di blocco, la didascalia recita “no man’s land”, solo dopo diversi minuti dall’inquadratura di un cartello stradale, in inglese e in arabo scopriamo di trovarci in un imprecisato paese, probabilmente del Medio Oriente. Il posto di blocco è presidiato da un piccolo manipolo di soldati, fra cui Nero e due soldati neri, che, nell’attesa che accada qualcosa, parlano, parlano infamandosi a vicenda, una parola su due è “fucking”, diciamo: wannabe Full Metal Jacket. Fin quando qualcosa accade davvero e la situazione precipita, il nemico invisibile dapprima fa saltare in aria una macchina, poi scatena una tempesta di fuoco, i tre si mettono a malapena in salvo e si ritrovano in mezzo a un paesaggio desertico, con la jeep che li ha mollati, bussola e navigatore pure, ad affrontare nemici che sono e restano invisibili. Con una scelta drammaturgicamente alquanto discutibile Nero si toglie la divisa e resta in T-shirt, le truppe americane che lo avvistano, non sono più in grado di riconoscerlo come uno dei loro, un documento valido, un numero di social security ancora non ce l’ha e dunque la stessa camionetta che lo ha raccattato lo rigetta in quelle plaghe deserte.
Il grosso problema del film di Pitts – a differenza di quello di Rosi - è la sceneggiatura: i dialoghi sono tremendamente ripetitivi, i tempi drammaturgici sono gestiti proprio male. La cosa sorprende oltremisura perché a scrivere il film Pitts si è fatto aiutare niente meno che da Razvan Radulescu, uno dei pochi sceneggiatori che possano vantare nel proprio curriculum una Palma d’Oro (4 mesi 3 settimane 2 giorni, Cannes 2007) e un Orso d’Oro (Il caso Kerenes, Berlino 2013). Qui invece non ci siamo proprio. Soy nero è la dimostrazione quasi da manuale che un grande tema non significa necessariamente un grande film.
(Soy Nero); Regia: Rafi Pitts; sceneggiatura: Rafi Pitts, Razvan Radulescu; fotografia: Christos Karamanis; montaggio: Danielle Anezin; scenografia: Malek Jahan Khazai, Max Biscoe; interpreti: Aml Ameen, Rory Cochrane, Khleo Thomas, Michael Harney, Joel McKinnon Miller, Alex Frost; produzione: Senorita Films, Twenty Twenty Vision, Pimienta Films [MX]; origine: Germania, Francia, Messico, 2016; durata: 120’
