Speciale Americana - La giovinezza faustiana degli attori U.S.A. in tv

L’evoluzione tecnologica vissuta dalla televisione americana negli ultimi anni ha rinnovato radicalmente la sua struttura: la moltiplicazione dei canali di distribuzione su web, dvd, satellite, cavo e via dicendo, ha finito per incidere non solo sulla moltiplicazione dell’offerta ma anche col generare un incremento della qualità artistica, tanto che nell’America degli anni Duemila, appare indubbio come la televisione abbia raggiunto una maturità – rintracciabile in certe forme di auto coscienza in termini narrativi e produttivi – superiore a quella del cinema di intrattenimento.
Di certo il ruolo assolto dalla politica trasgressiva dei network ha la sua rilevanza: l’ampio respiro narrativo di molti serial è diretta conseguenza degli investimenti non solo economici ma intellettuali con cui alcune emittenti hanno permesso di affrontare nuove tipologie di rappresentazione, ritenute troppo ardite per il cinema mainstream, e impiegate da questo solo dopo una lunga e attenta sperimentazione nel campo televisivo.
In questa politica espansionistica da Far West la parola d’ordine è sdoganare: la ricchezza e l’articolazione dello spettacolo seriale vanta una gamma di proposte che vanno da argomenti tabù o al centro del dibattito pubblico – il sesso di Sex and the City, la chirurgia estetica di Nip&Tuck – fino all’ideazione di protagonisti assolutamente controversi. House M.D., Dexter, The Shield e The Sopranos mettono in scena personaggi moralmente deprecabili, eppure fortemente amati dagli spettatori, che difficilmente troverebbero spazio nel cinema hollywoodiano.
La conferma decisiva dell’ intraprendenza dell’universo televisivo arriva dagli attori: a interpretare questi serial sono personalità di grande calibro che difficilmente in passato avrebbero offerto i propri volti alla televisione. L’ Harvey Keitel di Life on Mars, la Glenn Close di Damages e The Shield, il James Spader di Boston Legal, il James Woods di Shark o il James Caan di Las Vegas - senza dimenticare il terzetto della polizia scientifica composto da William Petersen, David Caruso e Gary Sinise, cui sta per aggiungersi il Morpheus di Matrix, Laurence Fishburne - sono solo alcuni esempi della trasmigrazione continua dalla Mecca hollywoodiana ai network televisivi.
Questo innegabile interesse verso lo spettacolo seriale, che si spiega soprattutto nella natura innovativa dei personaggi e delle storie narrate, giacché, dopo un repentino calo di popolarità al botteghino, la televisione appare in grado di donare una nuova vita artistica agli attori in fuga da una Hollywood in crisi o, al contrario, di lanciare un interprete sconosciuto in maniera capillare, entrando nelle case degli spettatori di cinque continenti.
In questa seconda casistica rientra uno dei personaggi mediatici più formidabili degli ultimi anni, lo scontroso Gregory House di Hugh Laurie. L’attore inglese, relegato in patria in ruoli da caratterista o in sitcom divertenti ma poco note fuori dei confini nazionali, ha ottenuto un successo planetario dando vita a questo bizzarro genio della medicina, sempre sul punto di violare il giuramento di Ippocrate, professionista non professionale capace di farsi odiare da colleghi e pazienti e amare da un pubblico che dopo diverse stagioni non accenna a scemare.
Si potrebbero scrivere lunghe pagine sulla grandezza del personaggio-House, ma quel che qui ci preme osservare è quanto Hugh Laurie dia a House e quanto il medico al suo interprete. C’è da chiedersi, per esempio, cosa sarebbe del dottor House senza il volto e l’aplomb di Hugh Laurie e se sia possibile distinguere l’attore dal personaggio che interpreta: nel suo caso, il volto prima sconosciuto dell’attore britannico diventa una tela vergine su cui dipingere le caratteristiche del personaggio, favorendo la percezione da parte del pubblico di Gregory House come personaggio reale, e stabilendo così tra le parti un legame anche affettivo, in grado di garantire la fidelizzazione totale del pubblico alle sue avventure.
Caso analogo è quello di Michael C.Hall, che dopo aver preso parte al successo HBO di Six Feet Under, si è imposto all’attenzione mediatica col ruolo finora più eticamente ambiguo del piccolo schermo: il suo Dexter Morgan, ematologo serial killer-giustiziere, gioca (sporco?) con l’identificazione spettatoriale, arrivando a far parteggiare il pubblico per un omicida seriale. Anche qui, il volto da fauno di Hall diventa l’elemento imprescindibile su cui tratteggiare il carattere del protagonista, dando luogo a una totale aderenza dell’interprete alla maschera.
Diversa è l’esperienza di William Petersen, straordinario attore in auge alla metà degli anni ‘80 con i film di Michael Mann Manhunter e Vivere e morire a Los Angeles di William Friedkin: dopo aver interpretato il ruolo di poliziotto in due film di grande richiamo, Petersen rischiava di subire la sorte dei caratteristi della Hollywood classica, mentre, grazie a C.S.I., è sfuggito a questa sorte contaminando la parte del detective di nuove sfumature, che solo la dilatazione dei tempi televisivi ha dato modo di sviluppare, facendo sì che l’entomologo Gil Grissom divenisse uno dei personaggi maschili più affascinanti della serialità americana. Il lato oscuro che albergava nel profondo dell’agente Will Graham di Manhunter viene rielaborato nella serie, mantenendo l’aura di mistero che circonda il personaggio ma eliminando gli aspetti più inquietanti della sua personalità, quella fascinazione per l’avversario che rendeva così speculare il buono al malvagio.
La televisione si rivela dunque per nuovi e vecchi interpreti un sorprendente talent scout e una impedibile occasione di rinascita artistica: nel cast di Grey’s Anatomy convivono entrambi gli esempi. Se da un lato le star femminili Ellen Pompeo, Sandra Oh e Katherine Heigl, quasi sconosciute, hanno ricavato dalla serie una grandissima notorietà che le ha proiettate anche – per quanto meno felicemente che in tv – nel mondo del cinema, dall’altro la star maschile del serial, Patrick Dempsey, deve ringraziare la serie di Shonda Rhimes per questa nuova ondata di popolarità.
Dopo la fama raggiunta negli anni ‘80 con una serie di film per teenagers, Dempsey, praticamente scomparso negli anni ‘90, vive una seconda giovinezza grazie alla parte del Dottor Derek Shepherd alias Dottor Stranamore (McDreamy nell’originale). Sebbene il suo personaggio non sia neanche lontanamente paragonabile, a livello di scrittura, a protagonisti come Grissom o House, la serie che fonde indissolubilmente sesso e medicina regala a Dempsey una nuova veste sexy, insospettabile agli inizi della sua carriera cinematografica (mentre diversa sorte è toccata al collega Isaiah Washington, che dai set di Spike Lee al Seattle Grace non ha guadagnato popolarità e si è anche guadagnato l’appellativo di omofobico dopo gli insulti a T.R. Knight).
Uno sconosciuto diventa il medico più famoso del globo, quello che tutti i pazienti, nonostante le stramberie, vorrebbero trovare in corsia; un attore noto per le parti di detective ottiene la sua definitiva consacrazione nel ruolo, ma sul piccolo schermo; un caratterista qualsiasi, dalla simpatica goffaggine, viene tramutato in un affascinante neurochirurgo: è chiaro come la dimensione seriale, continuativa, data dalla televisione, sia capace di forgiare maschere perfettamente delineate e resistenti nel tempo. Di plasmare sui volti e sui corpi degli attori caratteri indelebili, così forti da vampirizzare spesso i propri interpreti.
Come in Faust, la televisione regala una nuova giovinezza, una nuova immagine, ma dobbiamo domandarci se non chieda in cambio l’anima. L’insofferenza che spesso gli interpreti mostrano nei confronti dei propri alter ego scenici lascerebbe intendere di sì, perché la serialità sembra voler congelare quella mutevolezza che è parte integrante del mestiere d’attore. Condannato a indossare sempre lo stesso abito, l’interprete spesso vacilla sotto il peso del personaggio e l’ingombrante affetto dell’audience che applica al volto un nome che non gli appartiene.
Tra attori rinati e allo stesso tempo dannati dai loro indelebili personaggi televisivi, analizzeremo alcune delle figure più interessanti offerte dalla serialità americana degli ultimi anni.
