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Speciale Horror Day

Pubblicato il 2 maggio 2006 da Andrea Di Lorenzo


Speciale Horror Day

L’Horror Day del Far East Film Festival sta diventando, anno dopo anno, un appuntamento immancabile per gli amanti del genere asian-horror: sullo schermo del Teatro Nuovo Giovanni da Udine sono passate, nelle scorse edizioni, le immagini di Ju-On: The Grudge (quello originale!), di New Blood, di The Phone e di molti altri film che hanno impressionato e non la platea udinese, a conferma che il genere horror, nel profondo est asiatico, gode di ottima salute. Almeno così sembrava... Prima di entrare più nello specifico bisognerebbe fare una piccola premessa. Da quello che si è potuto vedere quest anno, il FEFF ha dimostrato un calo qualitativo nelle pellicole asiatiche, indifferentemente dal genere. Facendo dei nomi potrei riferirmi a Murder, Take One di Jang Jin, sudcoreano che ci propone una sottospecie di CSI-Corea con sprazzi di Sesto Senso, la più grande delusione del Festival, di cui possiamo salvare solo i primi minuti; oppure Vampire Cop Ricky, ancora coreano, di Lee Si-myung, un film su di un poliziotto vampiro che si trasforma solo quando si eccita! Purtroppo l’ottima idea di base si perde durante lo svolgimento della pellicola che, soprattutto nel finale, si prende sin troppo sul serio. A questi due titoli (a mio avviso i peggiori della rassegna) se ne aggiungono altri che non spiccano per nessun particolare motivo: parliamo di Gimme Kudos del cinese Huang Jianxin, di Art of Fighting di Shin Han-sol, coreano, o ancora di Tokyo Zombie del giapponese Sato Sakichi. Una flessione qualitativa del festival o della produzione cinematografica asiatica? Voglio sperare nessuna delle due...

Ritornando ora al discorso Horror. La selezione annuale prevedeva otto titoli (sette lungometraggi ed un corto) provenienti da Taiwan, Hong Kong (2), Filippine(2), Sud Corea e Tailandia (2). Sicuramente il più atteso era il tailandese Art of The Devil 2 del Ronin Team (composto da Kongkiat Khomsiri, Art Thamthrakul, Yosapong Polsap, Putipong Saisikaew, Isara Nadee, Pasith Buranajan e Seree Pongnit), seguito di Art of the Devil proposto l’anno scorso sempre qui a Udine: un film che punta molto sulle torture e sulla loro realizzazione. La storia (tutto gira intorno alla vendetta ed alla magia nera tailandese) è accattivante, se non altro perchè lo spettatore rimane stupito da alcuni colpi di scena (specialmente nel finale) che, per una volta, fanno crollare una convinzione sui film del orrore. Non diciamo quale per non svelare il finale. L’altro film proveniente dalla Tailandia è Ghost of Valentine di Yuthlert Sippapak, storia di una infermiera che scopre di essere un krasue, un fantasama tailandese che di notte vola (solo testa e viscere) alla ricerca della placenta di cui si ciba e che la protagonista vomita immancabilmente ogni mattina. Considerato come il capolavoro di Sippapak, il film, se si esclude una sceneggiatura che prende spunto dai cicli karmici, è decisamente mediocre, con punte di vero e proprio patetismo. Altrettanto mediocri si sono rivelati anche i due horror di Hong Kong: The House di Ng Man-ching e The Imp (1981) di Dennis Yu. Decisamente sotto le attese create, entrambi, con la loro aria retrò (e per il secondo è normale), si affidano ad impianti horror classici e ad effetti speciali che non riechiedono l’uso della Computer Grafica. I risultati purtroppo non sono dei migliori. Discorso a parte va fatto per The Heirloom: il taiwanese Leste Chen è probabilmente uno dei rappresentati migliori e più giovani (classe 1981) di una nuova ondata di film dell’orrore provenienti da Taiwan. La classica trama di una casa lasciata in eredità e che si scoprirà essere piena di fantasmi, è trattata con uno sguardo sin troppo patinato ma nel complesso apprezzabile per un’opera prima. Vera rivelazione di questa giornata è stato, senza ombra di dubbio, il quarto capitolo di una serie di Horror dedicati alle ragazzine nei licei, ovvero il sud-coreano Voice di Choi Equan: un brillante punto di vista alternativo sulla vita dei fantasmi, per l’esattezza, sul fantasma di una ragazza uccisa misteriosamente che si tormenta per tutto il film cercando di capire cosa (o chi) l’abbia uccisa. Il vero punto di forza sta nell’uso della musica e degli effetti sonori: il tema principale dei fantasmi è una brano musicale riprodotto al contrario (un qualcosa in stile Beatles in Revolution Number Nine) che crea un senso di profonda inquietudine negli spettatori, acuendo il già profondo senso di tensione prodotto dalla ricerca del fantasma assassino. La presenza di questo assassino spiritico e la ricerca di una soluzione al misterioso omicidio nonchè il ruolo della protagonista, già morta, sono fattori tensivi più che paurosi, tali da delineare il film più come un thriller-orrorifico che come un horror vero e proprio. Un film che è anche un toccante punto di vista sulla solitudine giovanile e sulla morte. A completare il quadro della giornata ci pensa Rico Maria Ilarde, filippino, che proprone il suo ultimo lungometraggio Beneath the Cogon ed il corto Aquarium, episodio del film ad episodi Shake, Rattle and Roll, giunto alla sua ottava puntata (è iniziato nel 1985). Presentati come due film in stile cormaniano (indipendenza a basso budget), questi pseudo horror filippini sono a dire poco imbarazzanti. Il buon Corman era si un mestierante... ma con un certo stile! Qui di stile se ne vede veramente poco: la regia latita, la storia è a dir poco esile e di horror ce n’è davvero poco. In particolar modo il lungometraggio Beneath the Cogon è più una gangster story che un vero film horror: del resto mancano proprio gli stilemi dell’horror, manca la tensione, manca l’inquietudine, piuttosto si lascia spazio ad una storia d’amore alquanto infantile ed improbabile. Impossibile poi commentare le musiche, decisamente fuori luogo nella maggior parte dei casi. Per Aquarium il discorso è già diverso: qui l’horror è ben presente con i suoi personaggi che appaiono improvvisamente dando consigli alquanto (poco) criptici, con il mistero che si cela dietro l’acquario del titolo e con un’idea di regia decisamente più consona al tipo di materiale trattato.

Sulla scia di un mercato sempre più indirizzato verso l’Oriente, l’horror è stato probabilmente il genere più sfruttato in assoluto, cosa che lo ha portato a implodere su sè stesso e che, se non si riprenderà la strada maestra, lo porterà ad una ghettizzazione lenta ma inesorabile.


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