Stopped on track - Cannes 2011 - Un certain regard

Come l’immagine segnata e sgranata della fotocamera di un cellulare, così la vita di Frank perde di definizione, di nitidezza, di colore dopo la diagnosi di un cancro incurabile al cervello. Il racconto dei suoi ultimi mesi di vita, il lento stillicidio del suo dolore, della sua umiliazione, della sua sofferenza è il fulcro di Stopped on track, del regista Andreas Dresen.
La rapida dissoluzione di un uomo, il suo improvviso e costante regredire ad uno stato larvale è tutto ciò che viene messo in scena in questo vitreo dramma della malattia. Il racconto in prima persona di Frank, costantemente ripreso dalla fotocamera del suo cellulare, e quello riflesso dagli occhi di sua moglie e dei suoi figli sono infatti gli unici protagonisti di Stopped on track.
Asfissiante ed angosciante il film di Andreas Dresen non smette mai di indugiare sulla tremenda malattia del protagonista senza lasciare spazio ad un momento di pausa o di riflessione. La prime difficoltà motorie, la perdita della capacità cognitiva, l’afasia si susseguono dunque come le righe di un drammatico racconto dal finale tragicamente scontato.
La messa in scena estremamente fredda e il tono anempatico del film impediscono però allo spettatore una vera adesione emotiva con Frank e la sua famiglia. Senza questa condivisione, senza pathos, il pubblico è costretto ad assistere attonito al declino, fisico e psicologico, di un uomo senza però mai riuscire a provare vere e profonde emozioni nei confronti dei protagonisti. Il ritmo cadenzato del dramma, unito all’assenza di momenti di rilassamento, aumenta ancor più questo senso di claustrofobica oppressione. Proprio come Frank, ormai immobilizzato a letto, impossibilitato a compiere anche un singolo passo fuori dalla sua camera, così anche il pubblico resta bloccato, schiacciato fra le pieghe di un racconto che non concede via di fuga o uscite.
Si rimane dunque perplessi davanti alla visione di Stopped on track, sopraffatti dalla pesante pressione delle immagini livide messe in scena da Andreas Dresen. Annaspando fra gli attimi di disperazione di una narrazione piatta si attende infatti in vano un attimo di di distensione o di rottura, un moneto che incrini la pressione creata dal regista. Una pressione però profondamente sterile, tanto da non lasciar alcuna traccia una volta usciti dalla sala. Non un emozione, non un lacrima, non un pensiero. Una volta fuori dal buoi della sala, basiti, non resta che abbandonarsi ad un senso di piacevole liberazione.
(Half auf freier strecke); Regia: Andreas Dresen; sceneggiatura: Andreas Dresen, Cooky Ziesche; fotografia: Michael Hammon; montaggio: Jörg Haushild; interpreti: Milan Peschel, Steffi Kuhnert, Bernhard Schutz, Talisa Lilly Lemke; produzione: ROMMEL FILM E.K.; origine: Germania; durata: 110’.
