X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



TA MAIN DANS LA MIENNE

Pubblicato il 1 aprile 2004 da Carla Di Donato


TA MAIN DANS LA MIENNE

Roma - Parlare dello spettacolo Ta main dans la mienne sarà un “piacere estremo”, da condividere tra almeno due persone o tra settecento. Partiamo prendendo in prestito le parole con cui l’attore protagonista Michel Piccoli ha definito, in conferenza stampa, la natura ed il calibro dell’operazione messa in atto da Peter Brook: non un omaggio a Cecov, ma una sintonia degli affetti, uno scambio perfetto tra personaggi, tra regista e attori, tra questi e gli spettatori, tra il teatro e la vita.
Va in scena l’adattamento curato dal regista con la fedele collaboratrice di sempre M. H. Estienne, di un testo dell’autrice statunitense Carol Rocamora, a sua volta tratto dal carteggio tra l’attrice O. Knipper, allieva di Stanislavskij, e lo scrittore (giornalista, autore di novelle umoristiche) Anton Cecov. Quattrocentododici lettere a testa, testimonianza segreta ed immensa della storia d’amore durata “solo 6 brevissimi anni” , dal giorno del loro incontro, alla prima lettura de Il Gabbiano nell’aprile 1898, al luglio 1904, data della morte dello scrittore per tisi: prima amici, poi amanti, infine tre anni da marito e moglie. Nel frattempo Cecov scriverà altri due capolavori: Tre Sorelle e Il Giardino dei Ciliegi.
Sottile ed ironico, Piccoli, lo stesso interprete di Gaev ne Il Giardino dei Ciliegi per la regia di Peter Brook qualche decennio fa, e di altre opere del regista anglo-francese, ci scruta tutti con vispi, estatici, micromovimenti degli occhi, indescrivibili. Un sottotesto sempre vivo, sia fuori che dentro la scena. Come una pioggerella fine fine s’insinua questo spettacolo “breve” (poco meno di un’ora e mezza), di cui all’inizio quasi non ti accorgi...non ti rendi conto di essere alla presenza di due grandissimi attori, due calibri giganti, perché loro agiscono incredibilmente leggeri, agili, muovendosi su una scena essenziale: una pedana quadrata coperta da un magnifico tappeto orientale, tre sedie, un tavolo alle spalle, qualche oggetto di scena di fianco la pedana. Intorno, e dietro, il teatro: “lo spazio vuoto”. Sotto il segno di Peter Brook, presente - è lì - ma non lo vediamo, mai.
Scopriamo il tessuto vivo del discorso: le lettere tra Olga e Anton, tra due persone qualunque e, contemporaneamente, tra due personalità e due artisti fuori dall’ordinario, ma assolutamente normali. Jalta e Mosca, Melichovo e San Piterobrugo: la vita dei due innamorati è vissuta per lo più separati da una forte distanza, con due esistenze molto diverse, ma lo scambio tra loro, tra una persona che parla ed una che ascolta, e viceversa, li unisce in un istante, basta un’unica frase in una lettera. Sembra si parli del teatro, non di un carteggio privato.
Olga e Anton, Natasha e Michel, ci offrono una veste intima della storia d’amore che gradualmente si lascia scoprire. Siamo sempre “in presa diretta” con la loro vita: Anton è malato, lo sa, è vecchio, e lo sa, Olga è piena di vita, e di amore contraccambiato per lui, e le loro lettere sono colme di humour, di desiderio, di rabbia, di nostalgia, ma anche di grande concretezza. Cecov è in teatro con Olga quando lei è lì, lei è a Jalta con lui quando lui è rinchiuso in quella sua dacia/prigione: l’un l’altro si nutrono di pochi microelementi concreti, distillati, che fanno capire all’uno come veramente sta vivendo l’altro. Lo spettacolo scorre, prende corpo: loro sono due amanti qualunque, e sono due persone straordinarie vissute in circostanze straordinarie. E’ “grazie a” Natasha Parry e Michel Piccoli se possiamo “vivere” quell’esperienza straordinaria, perché loro stessi la vivono in scena, ma il miracolo del teatro (inteso nel vero e proprio senso di mistero) è che a questa esperienza straordinaria se ne aggiunga una seconda: mentre la viviamo non ne siamo quasi mai coscienti, tranne che per un momento, quando arriva quel gesto finale di Michel Piccoli, di Anton. E’ l’ultima lettera di Olga al marito, datata 11 settembre 1904, dopo la sua morte, quando prova un’autentica incredulità di fronte alla realtà della perdita definitiva, sogna l’amore di lui per il bambino mai nato che “sarebbe diventata la cosa più importante”, dice, e s’interroga se amare o maledire il teatro, che l’ha tenuta lontana da lui. “Come tutto è meravigliosamente mescolato in questa vita!”...ora il teatro è l’unica cosa che le resta. “Qual è il senso?”, si chiede. Anton/Michel, lontano, sul fondo della scena, la raggiunge sulla sedia accanto a lei in ribalta, “Il senso?”, ripete, poi “Guarda la neve che cade”. Con un unico movimento del braccio posa la sua mano su quella di Olga. Silenzio. Poi: “Qual è il senso?”. Silenzio. Fine.
Quel gesto, COME l’attore posa la sua mano su quella di Olga, nutrito dalla drammaturgia del silenzio (dell’intero spettacolo che è lì lì per finire e che si posa insieme con la mano, su di lei, su di noi), squarcia il velo: lì VEDIAMO, e comprendiamo, per un momento. E’ il dono che ci fa il teatro, tramite i due attori in scena. Questo non è altro che un frammento strappato, infinitesimo se non lo si vede tutto, azione per azione, intervallo per intervallo, sorriso per sorriso, stupore per stupore, negli occhi insieme piccoli e grandi di Michel Piccoli e nella grazia umile e regale di Natasha Parry: lo spettacolo Ta main dans la mienne.

[aprile 2004]

testo: Carol Rocamora
adattamento: Marie-Hélène Estienne
regia: Peter Brook
interpreti: Michel Piccoli, Natasha Parry
scene e costumi: Chloé Obolenski
luci: Philippe Vialatte
produzione: C.I.C.T. / Théâtre des Bouffes du Nord, Fundacion de la Comunidad Valenciana Ciudad de Las Artes Escénicas
prima (in forma di lettura scenica): Valencia, Teatro Micalet, 25 giugno 2004
tournée: Roma, Teatro Argentina dal 21 aprile al 9 maggio 2004
durata spettacolo: 1 ora e 25 minuti senza intervallo

SPECIALE PETER BROOK


Enregistrer au format PDF