Televisionarietà – Il Trono di Spade

È un mondo immerso nel mistero e nell’oscurità più profondi quello che si offre alla visione quando i sensi vengono catturati da Game of Thrones, la serie che l’HBO sta traendo dal ciclo di romanzi fantasy di George R. R. Martin, Cronache del ghiaccio e del fuoco (cominciato negli anni Novanta), e che in questi giorni sta andando in onda su Sky Cinema. E le pagine ideate da David Benioff (autore del romanzo La 25ª ora e sceneggiatore dell’omonimo film diretto da Spike Lee) assieme a Daniel B. Weiss per essere trasposte sullo schermo sono pregne dell’insostenibile ineluttabilità di un incombente pericolo che assume i contorni di un destino cui non si può sfuggire, ove l’epos fantasy diviene shakespeariana tragicità, un sentiero irto di pericoli lungo il quale non si può non camminare con lentezza, seguendo un percorso che si snoda come una cupa impossibilità senza speranza alcuna.
Giacché in maniera insolita è estremamente gelida l’ambientazione che si mostra sullo schermo, per un’opera che è riuscita nell’intento di sconvolgere e svecchiare un intero genere che, malgrado taluni timidi tentativi negli ultimi tempi per allontanarlo dal più opprimente dei déjà vu (pensiamo principalmente a La bussola d’oro per le sue tematiche concettualmente più elevate e a Legend of the Seeker – La spada della verità per quel po’ di sadismo e crudeltà che qui e lì si presentavano), era tuttavia rimasto prigioniero dei propri canoni compositivi ed espressivi, legati a doppio filo con quello che si pensava potesse essere il suo unico e possibile pubblico di riferimento.
Ora, invece, una nuova Weltanschauung si fa strada all’interno del fantasy, il quale viene finalmente considerato come un genere adulto e agli adulti adatto (ovviamente qui riferendosi principalmente ai gusti, alle aspettative e alla maturità degli spettatori e non semplicemente alla loro età anagrafica). Poiché è l’intrigo la categoria mentale che si fa strada tra i meandri di Game of Thrones: un intrigo da intendersi però in senso lato, in modo che possa comprendere anche il termine ad esso simile, ossia ’intrico’. Poiché intricate e fatalmente intriganti sono le vicende narrate in questa prima stagione, trasposizione del primo romanzo della saga di George R. R. Martin (A Game of Thrones per l’appunto, da noi pubblicato diviso in due volumi, Il Trono di Spade e Il grande inverno): molti sono i personaggi portati in scena, nessuno che prevale in modo particolare sugli altri, andando a formare un cast corale che viene attraversato da un complesso sistema di intrecci relazionali, mentre il racconto si sofferma di volta in volta sulle tre famiglie nobiliari protagoniste della storia (gli Stark, i Targaryen e i Lannister), le cui vicende si dirigono le une incontro alle altre, con una nervosa e inesorabile lentezza che lascia presagire il frastuono attraverso il quale quegli elementi andranno a confliggere, certamente pronti a sollevare verso il cielo un fragore mai sentito prima. Ciò perché della preparazione a una guerra parla questa prima stagione, una guerra che presto insanguinerà i territori dei Sette Regni, pronti a essere scossi dalle famiglie di cui sopra, colte in una lotta per il potere, in quel ’Gioco del trono’ che dà il titolo all’opera.
Nervosa è la quiete che ovunque si respira, innervata come è di lancinanti e improvvisi strali di violenza. E il conflitto si ritrova in ogni aspetto di Game of Thrones, i cui elementi concorrono nel creare scandalo (nel senso di sorpresa e disorientamento). E in tale modo va secondo noi letto il ricorso al sesso, parte di un costrutto ben preciso, fisicità rappresentata in maniera perlopiù bestiale: perciò non un gioioso e pacifico intermezzo o un facile riempitivo ma, piuttosto, un catalizzatore del disagio che interamente pervade un lavoro che si spinge in territori finora inesplorati, puntando verso sensazioni votate all’eccesso. In un’epoca in cui il sesso ha fatto il suo ingresso anche all’interno del piccolo schermo, in questo caso particolare è il fantasy ad essere immerso nel torbido, così come negli ultimi anni era accaduto al genere storico e in costume, da I Tudors fino soprattutto alla versione europea de I Borgia, senza dimenticarsi di Camelot, una storia raccontata talmente tante volte da divenire Storia, malgrado la presenza di elementi più propriamente magici. Ma in Game of Thrones la visione si fa sghemba, assai più che negli esempi appena citati, bagnata dal sangue e scossa da una tensione e da un’inquietudine ancora più violente e opprimenti, dentro un’architettura forte e stabile, ma all’interno della quale la narrazione può muoversi liberamente, alternandosi tra scenari diversi dove pensano e agiscono personaggi tratteggiati tramite brevi, concisi e sapienti tocchi che sanno loro donare profondità: persone vive e non meri caratteri dunque, in ogni caso esseri deformi e lontani dalla norma e dall’ortodossia (non solo come nel caso del nano Tyrion Lannister quindi, interpretato dall’ottimo Peter Dinklage, la cui performance gli ha permesso di vincere l’Emmy), incarnazioni del mondo nel quale pensano e agiscono (un regno della decadenza assimilabile a quello raffigurato da Lynch in Dune), attori all’interno di un quadro che sa restituire il grande respiro dell’esistenza e che permette a un intero genere di narrazione audiovisiva di realizzare il proprio ingresso nella contemporaneità.
