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Televisionarietà - The Wonder Years. Gli anni Sessanta nella tv americana

Pubblicato il 28 gennaio 2009 da Nicola LazzerottiFabiana Proietti


Televisionarietà - The Wonder Years. Gli anni Sessanta nella tv americana

Con la sua pregevole confezione scenografica, Mad Men ha ricordato al pubblico americano e, in seconda battuta, a quello mondiale, quanto fossero telegenici gli anni ’60.
Il cinema recente ha invece accordato più volte la propria predilezione al decennio precedente, con opere che sembrano riflettere tanto su quella società quanto sugli stessi meccanismi cinematografici: dal technicolor sirkiano di Lontano dal paradiso, alla nuova pellicola di Sam Mendes – autore tra i più classici nel panorama contemporaneo statunitense – Revolutionary Road, il giovane cinema americano sembra individuare nella “perfezione” borghese degli anni Cinquanta la vera chiave di volta della società americana, nell’analisi retrospettiva come in quella quasi coeva – sicuramente acuta e forse persino profetica – del Lucas di American Graffiti. Una chiave di volta particolare, che si pone in realtà come momento-limite di un sistema prossimo all’implosione, le cui riletture appaiono sempre segnate da un elevato distacco critico.

Se dunque l’operazione di ricostruzione temporale nel cinema si dimostra quasi sempre una metafora di sapore manzoniano per una riflessione di segno negativo su una certa epoca, riverberata nell’oggi, la televisione si fa portatrice di una vocazione più prettamente nostalgica e folkloristica.
Nel compiere la sua ciclica riflessione sul bel tempo che fu, la serialità americana omaggia nettamente gli anni Sessanta. E per un Happy Days, che sul finire dei ’70 sceglieva di raccontare il mondo inconsapevolmente felice di un bravo ragazzo dai capelli rossi e dei suoi amici, sullo sfondo dei fast food e dei drive-in nei “colorati anni Cinquanta”, molte altre serie hanno scelto di posare lo sguardo sui fermenti della nuova società. Da American Dreams al cult Mad Men, passando per una piccola serie degli anni Ottanta, - semi-sconosciuta in Italia soprattutto per un’infelice programmazione post-prandiale su Rai3 - che, in puro stile Stand by me, tratteggiava quegli anni con una lieve vena malinconica.

C’erano dunque una volta gli anni Sessanta, o meglio, c’erano gli anni Ottanta che raccontavano gli anni Sessanta; o meglio ancora: c’era Blue Jeans (The Wonder Years). La serie creata da Carol Black e Neal Marlens, racconta la vita e le avventure del giovane Kevin Arnold (Fred Savage) dall’ultimo anno di scuola media fino al quattro luglio dell’estate prima del college. Sei anni raccontati in sei stagioni televisive, per un numero complessivo di 115 puntate, dove la storia di Kevin – il cui personaggio vediamo crescere sullo schermo quasi un novello Antoine Doinel truffautiano – della sua famiglia e del suo eterno amore per Winnie Cooper (Danica McKellar), si riaffaccia alla memoria del protagonista e contestualmente allo spettatore tramite la voice-over dello stesso Kevin (Daniel Stern) ormai adulto.
Come una sorta di diario dei ricordi, la vicenda si snoda nel corso degli anni Sessanta e Settanta, facendo scorrere sullo sfondo delle vicende personali dei protagonisti i grandi turbamenti e gli sconvolgimenti che hanno segnato un’intera generazione: il Vietnam, il pacifismo, la nuova famiglia americana e il movimento femminista; ma soprattutto quella nuova coscienza sociale che si forma nell’animo dei giovani americani.

Gli anni Ottanta sono il momento giusto per la televisione statunitense per guardarsi alle spalle e compiere il proprio esame di coscienza, affrontando anche a livello mediatico quel tabù culturale che è stato la guerra in Vietnam, tragica perdita di innocenza della società americana.
Alla vivida crudeltà del Vietnam raccontato negli stessi anni al cinema da Stone con Platoon o da Kubrick con Full Metal Jacket, si sostituisce un’eco sommessa ma non per questo meno inquietante. È infatti sugli effetti della guerra in patria che il racconto di formazione di Blue Jeans poggia le sue fondamenta. Tantissimi sono i richiami al conflitto nello show, dall’atmosfera generale, come una minaccia che sfiora il quotidiano dei protagonisti, a quelli letterali come il nome della scuola frequentata da Kevin, appena ribattezzata Robert F. Kennedy Junior High (il che lascia intuire come il periodo in cui si svolgono i fatti sia situato tra il 1968 e il 1973, cioè vent’anni prima della realizzazione della serie) oppure, nella prima puntata, il riferimento alla morte in guerra del fratello di Winnie.

A ben guardare, dunque, questi anni meravigliosi, questi “Wonder Years”, scorrono nel segno di un’età inquieta per l’intera società che si rispecchia, analogamente, in quel periodo controverso che è l’adolescenza. Come se gli anni Sessanta, nella pur sempre giovane società americana, corrispondessero alla pubertà del corpo umano, misto di sussulti e tormenti, scoperta del mondo e preambolo all’età adulta. Momento fantastico e terribile insieme, dunque, come sembra confermare proprio Mad Men grazie all’estro geniale e alla crudeltà amorale che sono le due paradossali caratteristiche dei suoi personaggi.


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