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Terminator 3 - Le macchine ribelli

Pubblicato il 19 settembre 2003 da Alessandro Izzi


Terminator 3 - Le macchine ribelli

Quando, nell’ormai lontano 1991, James Cameron licenziò il sequel di quello che era stato, fino a quel momento il suo film più acclamato (Terminator), la società americana respirava, per la prima volta, le grandi boccate di un momento di grande cambiamento. Il film giungeva, infatti, dopo che il mondo culturale era stato finalmente capace di lasciarsi alle spalle, in maniera quanto più possibile definitiva, gli ultimi strascichi degli orrori del Vietnam che ancora avevano avvelenato le coscienze statunitensi per tutti gli anni ’80. Ma soprattutto esso vedeva la luce nel periodo del grande disgelo est-ovest, quando gli animi occidentali sembravano pronti a dimenticare le subdole politiche estere minate dagli estremi prodromi della Guerra fredda e quando dall’oriente giungevano insistenti voci di un unanime anelito verso l’integrazione e la reciproca comprensione. In questo clima di nuova utopia e speranza i giovani americani sembravano non avere nessun interesse a mettersi di fronte a quelle visioni apocalittiche di prossimi giorni del giudizio che avevano chiuso con arcana poesia il primo Terminator. Se, infatti, il primo capitolo di quella che resta una delle saghe imprescindibili del nostro recente passato cinematografico, si chiudeva con l’addensarsi all’orizzonte di nubi temporalesche e d’imminenti catastrofi planetarie, il secondo, nutrendosi di una contingenza storica totalmente diversa, sembrava dovesse trovare gli orizzonti aperti di una visione più utopica ed ottimistica. Il regista, nello sceneggiare il film, non solo cercava di dimostrare attraverso l’immagine che non esiste alcuna predestinazione, ma anche e soprattutto cercava di portare avanti un discorso denso ed affascinante sul rapporto dell’uomo con la macchina (che resta, certo, uno degli archetipi del genere fantascientifico, ma che trova nell’ossessione del regista per la tecnologia applicata al film, lo spazio per un’espressione assolutamente originale ed indiscutibilmente autoriale). James Cameron, nel chiudere la saga, non si accontentava, insomma, di portare agli estremi le possibilità tecnologiche del fare cinema (con l’uso avanguardistico del morphing), ma cercava anche di portare all’estremo una riflessione sul valore dell’umanità nel mondo tecnologico e sull’uso dissennato della tecnologia da parte dell’individuo. La forma cinematografica, in questo modo, si ribaltava miracolosamente in contenuto avverando un discorso niente affatto banale denso com’era di rimandi filosofici ed etici che si illuminavano, nel finale aperto così miracolosamente perseguito. Se Terminator era un inno alla capacità dell’individuo di accettare la propria posizione nel mondo (di qui la carica di predestinazione che ammanta la vicenda), Terominator 2 era un elogio alla capacità dell’uomo di compiere le proprie scelte e di forgiarsi il proprio destino. Per questo motivo, il secondo episodio era, più del primo, un episodio narrativamente compiuto e chiuso in se stesso. Un film, insomma, da cui era decisamente impossibile trarre un seguito reale a meno che di non tradirne le premesse filosofiche prima ancora che narrative. Per questo motivo Terminator 3 - Le macchine ribelli, non può essere davvero considerato il seguito del secondo episodio, quanto deve, piuttosto, essere considerato un nuovo sequel del primo (anche se fa propri alcuni tasselli narrativi del secondo). Come tale esso ha tutte le caratteristiche del classico secondo episodio di una serie: a) moltiplicazione del numero delle vittime designate b) esasperazione delle scene d’azione con maggiore dispendio di effetti digitali c) riduzione ai minimi termini della psicologia dei personaggi in favore di un racconto limpidamente strutturalista. Mostow riprende con pienezza questo schema e ci restituisce un film che, perse di vista tutte le implicazioni socio-culturali dei due predecessori, concentra tutta la sua attenzione sull’intreccio dello schema attanziale della vicenda. Dal punto di vista narrativo, Terminator 3 altro non è che un immenso, estenuante inseguimento sulle strade americane che coinvolge lo spettatore solo per l’indubbia abilità artigianale del regista e mai per l’empatia che i personaggi hanno saputo evocare dallo schermo con il pubblico in sala. I luoghi deputati all’azione ci sono tutti, in bella fila. E non manca neanche l’ironia teutonica delle battute del Terminator che ritorna con malcelata meccanicità da prodotto in serie. A mancare è un senso che sostanzi l’operazione e la renda qualcosa di più di uno stanco ricalco. Il problema è che forse lo spettatore è già stanco della storia prima ancora che il film inizi... ma più probabilmente esso risiede nel fatto che la riattualizzazione del giorno del giudizio (perché le bombe, alla fine, esplodono nell’unico momento salvabile della pellicola in una stanca riattualizzazione di un’America di nuovo in guerra) urta con la stanchezza di un conflitto (quello iracheno) che si è protratto anche troppo a lungo. E diciamoci la verità: vedere una macchina ultrapotente che rincorre le sue vittime per ogni dove, assumendo ogni forma (armata) possibile e che, ogni volta che il mezzo di locomozione che sta usando si rompe, è costretta a trovarsene un altro, non può non indurci ad un soprassalto di ilarità. Possibile che i progettisti del futuro, che pure hanno trovato il tempo di mettere nella Tx un notevole laboratorio medico per analisi del DNA, non siano stati capaci di dotare la loro creatura di un paio di semplici ruote motrici?

(Terminator 3: Rise of machines); regia: Jonathan Mostow; sceneggiatura: John D. Brancato, Michael Ferris; fotografia: Don Burgess, Adam Greenberg; montaggio: Neil Travis, Nicolas De Toth; musica: Marco Beltrami, Danny Elfman; interpreti: Nick Stahl, Claire Danes, Arnold Schwartzenegger; produzione: Mario Kassar, Hal Lieberman, Joel B. Michaels, Andrew G. Vajna, Colin Wilson; distribuzione: Columbia Tristar

[settembre 2003]

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