TFF 2010 - Verdone racconta "Lo sceicco bianco" - FIGLI E AMANTI

Alberto Sordi si dondola sornione su una grande altalena da circo appesa fra gli alberi del lido di Ostia, con l’abito bianco, la scimitarra e il turbante. Una stupefatta Brunella Novo, ancora in vesti civili, lo osserva rapita, senza riuscire a distogliere lo sguardo dal suo eroe. È Lo sceicco bianco, il primo film interamente diretto da Federico Fellini dopo Luci del Varietà (1951), condiviso con Alberto Lattuada.
Carlo Verdone, chiamato a scegliere il film della sua vocazione artistica per le giornate di ‘Figli e Amanti’ del Festival del cinema di Torino, nomina senza esitare il Fellini cui è più affezionato, regalando anche a noi l’opportunità di rivedere sul grande schermo quest’opera di perfetta semplicità, percorsa da una vena di ironia tenera e insieme crudele, e ambientata in una Roma ancora realistica, ma già popolata di creature fantastiche e grottesche. Una giovane coppia in viaggio di nozze, Wanda e Ivan Cavalli, giunge a Roma per trascorrere qualche giorno in compagnia dei facoltosi zii di lui. Mentre il marito (un Leopoldo Trieste irresistibile) progetta con meticolosità estrema la scansione degli impegni quotidiani, udienza papale compresa, la sposina abbandona l’albergo per andare alla ricerca dello Sceicco bianco, protagonista indiscusso del fotoromanzo che ogni settimana legge con avidità. Peccato che Fernando Rivoli, l’attore di mezza tacca che lo interpreta, non sia altro che un seduttore cialtrone e indolente, per di più succube di una moglie ingombrante e circondato da una schiera di personaggi squallidi e ridicoli. Alla fine tutto tornerà nei ranghi, dopo che anche Ivan avrà confessato le sue pene alla prostituta Cabiria (un’apparizione quasi magica e onirica di Giulietta Masina, già pronta per Le notti di Cabiria).
Nelle parole di Verdone, accompagnato da Enrico Magrelli ed Emanuela Martini, le immagini del film si legano al ricordo del padre e alla nostalgia di una Roma ormai perduta: «Riuscii a vedere il film per la prima volta a casa nostra. Mio padre è stato il primo professore di critica cinematografica a Roma e ogni tanto ci portava a casa qualche pellicola che vedevamo con il proiettore della scuola. Lo sceicco bianco è stato il primo di questi film e per me si è trattato di una specie di folgorazione. È un film spesso dimenticato, lontano dalle opere successive di Fellini, più complesse e oniriche, ma capace di catturare la psicologia di una Roma cialtrona e perbenista con grande finezza e intelligenza. Fellini non sbaglia un volto, uno sguardo, in una galleria perfetta che è anche un omaggio alla mia città. Il regista si avvale di una macchina da presa quasi sempre immobile, c’è solo un carrello nella scena in cui Wanda va incontro ai parenti-mostri. Fellini aveva intuito perfettamente che ciò che conta di più nella commedia è il ritmo del montaggio, non le acrobazie della tecnica. La commedia ha bisogno di un forte impianto teatrale, di una buona gestione degli attori; in questo senso è straordinaria la scena ambientata sul litorale di Ostia, con il regista che impugna il megafono e le comparse che sono felici solo perché possono trascorrere una giornata al mare».
Sorridendo divertito, Verdone ammette di aver attinto al repertorio felliniano per i suoi film da regista: «Il personaggio di Ivan Cavalli, marito pedante fino all’ossessione, è il Furio Zoccaro di Bianco, rosso e verdone, impiegato romano che soffoca la moglie e i figli con infinite e ridicole puntualizzazioni, ma è anche il Raniero Cotti Borrone di Viaggi di nozze, che con le sue manie porta la sposa fino al suicidio. Fellini è stato un grandissimo psicologo, nessuno più di lui aveva intuito il misto di poesia e cialtroneria che c’era in Marcello Mastroianni. Con Lo sceicco bianco e I vitelloni si predispongono già tutti gli elementi dei personaggi che poi Sordi interpreterà infinite volte, compreso quello dall’indole cinica e fannullona. Senza nulla togliere al Fellini di Amarcord o di ‘Roma’, amo quello ancora in bianco e nero, per questa straordinaria galleria di volti, di facce ora austere, ora timide. Nessuno più di lui, che veniva dall’esterno, ha vissuto e analizzato la mia città; secondo me il Fellini più grande rimane quello de La dolce vita, che è un’illustrazione perfetta dell’euforia del dopoguerra, e di 8 e 1/2. Ciò che è venuto dopo, più legato all’onirico, al racconto dell’anima, mi appartiene meno».
Verdone racconta di aver condiviso un breve tratto di strada con Fellini, poco prima che il regista si ammalasse:«Negli ultimi anni, e parlo già del periodo de La voce della luna, Fellini era un uomo depresso, un po’ a disagio con il mondo circostante. Mi ricordo che una volta scoprimmo quasi per caso che entrambi faticavamo a dormire la notte e lui mi chiese se avrebbe potuto telefonarmi qualche volta, la mattina presto. Ho un ricordo bellissimo di queste telefonate all’alba, per me era un onore. Naturalmente le notti peggiori sono quelle che precedono il primo ciak di un film: a Fellini è capitato di tutto prima de Lo sceicco bianco; io, a mia volta, ero agitatissimo prima di Un sacco bello».
Verdone ricorda la sua prima regia, protetto da un angelo custode piuttosto speciale: «Capisco benissimo l’ansia di Fellini; un regista deve mostrare fin da subito simpatia, autorevolezza e idee chiare, tre cose difficili da coniugare. Io almeno non ero da solo, al mio fianco c’era Sergio Leone, il produttore dei miei primi due film. La sera prima dell’inizio delle riprese si presentò a casa mia e mi portò a fare un lungo giro, raccontandomi una serie infinita di aneddoti lugubri, che ebbero il potere di distrarmi completamente. La mattina dopo non arrivò a prendermi l’autista, ma ancora Sergio in perfetto orario; mi accompagnò sul set e accettò di dare i primi due ciak del mio film. Poi piano piano mi lasciò camminare da solo, tornando di tanto in tanto a verificare che tutto andasse bene. Anche oggi l’ansia non mi abbandona mai e penso che non debba succedere, l’adrenalina non può mai mancare, altrimenti anche il nostro mestiere rischia di diventare qualcosa di impiegatizio».
Il ricordo più affettuoso di Verdone è dedicato al padre, intellettuale severo, ma anche per molti versi sorprendente: «quando fui bocciato alla maturità mi impedì di usare la batteria. Poi un giorno si presentò improvvisamente in camera mia sventolando due biglietti per il concerto dei Beatles all’Adriano. I miei compagni erano increduli, quei biglietti erano introvabili e mio padre li aveva. Fu una serata memorabile».
