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TFF - CARLO MAZZACURATI E IL LUNGO ADDIO DI ALTMAN - FIGLI E AMANTI

Pubblicato il 6 dicembre 2010 da Sofia Bonicalzi


TFF - CARLO MAZZACURATI E IL LUNGO ADDIO DI ALTMAN - FIGLI E AMANTI

_In uno squallido appartamento da scapolo, un uomo ancora vestito giace addormentato fra le lenzuola stropicciate e la penombra ingiallita dal fumo di troppe sigarette. Sembrerebbero le prime consuete mosse di un noir classicheggiante, eppure subito accade qualcosa che ci trasporta lontano dalle geometrie torbide di Howard Hawks e di Fritz Lang e ci introduce in un’atmosfera di lontananza dolente. Una gatta rossa si affaccia nella stanza e si aggira sinuosa, obbligando il malcapitato padrone ad andare alla ricerca del suo cibo preferito nella notte di Los Angeles, mentre sul ballatoio accanto le vicine di casa professano la religione dei fiori e dell’amore libero.

_È l’incipit, celeberrimo e ammaliante, de Il lungo addio, uno dei film più complessi e malinconici di Robert Altman, adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Raymond Chandler (la sceneggiatrice Leigh Brackett aveva collaborato anche a Il grande sonno) e capolavoro indiscusso della nuova Hollywood. Il film celebra l’addio ai miti e agli eroi, consumato nel teatro di una Los Angeles irriconoscibile e tetra, attraverso personaggi che solo in apparenza risultano ancora rispettosi degli archetipi del genere (dal gangster violento e umorale, quasi una caricatura del Lee Marvin de Il grande caldo, con il caffè bollente sostituito dalla bottiglia di Coca Cola, alla dark lady dal fascino imprendibile e pericoloso), immersi in un’atmosfera dai contorni indefinibili e fluidi. Per la sezione ‘Figli e Amanti’ (fortemente voluta da Gianni Amelio per il suo festival del cinema di Torino) nella giornata a lui dedicata, Carlo Mazzacurati, regista di Notte Italiana, La giusta distanza e La passione, accompagnato dai critici Emanuela Martini e Gianluca Favetto, sceglie proprio un autore che gli è sempre stato caro e a cui in tanti anni di carriera non ha mai smesso di guardare. Le sue preferenze non vanno però all’Altman dei grandi film corali, all’abile e collaudato cantore delle epopee dei nostri tempi (da Nashville’a ‘America oggi), ma a quello più intimistico e struggente de Il lungo addio (si riconoscono però già elementi che si ritroveranno nelle opere successive, dall’uso dello zoom in funzione spaesante e antinaturalistica alla sovrapposizione delle tracce sonore che creano un reticolo musicale inestricabile).

_Elliot Gould è un Philip Marlowe stralunato e solo apparentemente scanzonato, che si muove in ogni circostanza con l’ironia di chi è tanto acuto da potersi fingere stupido (celebre la scena dell’arresto, in cui imita Al Jolson, dipingendosi di nero il volto con l’inchiostro delle impronte digitali), ma che alla fine si ritroverà intrappolato in un gioco di inganni e menzogne a doppia mandata.

_Il cinismo d’ordinanza cela un romanticismo ormai anacronistico (già il Bogart di Solo chi cade può risorgere l’aveva intuito), che è la nota più malinconica di un personaggio che sembra essrsi risvegliato in un mondo irrimediabilmente mutato (sul set Altman aveva soprannominato il suo detective Rip Van Marlowe, ispirandosi al personaggio letterario scaturito dalla fantasia di Washington Irving, quel Rip van Winkle che si addormenta per vent’anni dopo aver bevuto un liquore magico e si ritrova in una realtà in cui fatica a trovare posto), guida una vecchia automobile e si muove in un paesaggio spazio-temporale decostruito, in cui in giorno e la notte si mescolano di continuo.

_Genialmente Altman inventa un finale diverso rispetto al libro, che è al tempo stesso inaspettato e rivelatore di quell’aspirazione, potente anche se messa in sordina, di giustizia e di verità. Un desiderio cui Marlowe non è pronto a rinunciare, a costo di rompere la logica ricattatoria di un’amicizia che non andrebbe mai confusa con l’omertà, riscattando d’un sol colpo tutte le figure di perdenti che popolano la vicenda (in primis lo scrittore fallito e bevitore, in perfetto stile hemingwaiano, con tanto di barba bianca e camicione, interpretato da un ruggente Sterling Hayden).

_Mazzacurati racconta di aver visto per la prima volta il film di mattina, nel cineclub diretto da Piero Tortolina, il 16 marzo 1978, il giorno del rapimento di Aldo Moro, poco dopo aver appreso quasi per caso la notizia del sequestro. Per chi ama il cinema i grandi film si legano indissolubilmente al momento in cui sono entrati a fare parte della vita, ma svolgono anche una funzione irresistibilmente anestetica, di inclusione e fuga in una realtà altra e spesso alternativa, imprimendosi nella memoria con la forza dei ricordi più vividi (Mazzacurati elenca altre pellicole, tutte in qualche modo legati a volti e sequenze di vita, come La vita privata di Sherlock Holmes, visto con il nonno il giorno prima che morisse). Più difficile anche per un regista individuare che cosa delle sue memorie cinematografiche si sia depositato nei film da lui stesso diretti, quali caratteri abbiano in qualche modo contribuito a far crescere il suo cinema. Quando Notte italiana esce nelle sale (1987), i nomi che vengono fatti dalla critica sono quelli di Antonioni (Il grido) e di Visconti (Ossessione), per l’ambientazione e le atmosfere padane. Eppure il regista padovano dichiara di non aver pensato, se non più tardi, al grande cinema italiano degli anni ’40 e ’50, ma piuttosto di aver guardato a quello americano dei ’70, da Chinatown all’Altman in versione chandleriana, per costruire il personaggio dell’avvocato Otello Morsiani (Marco Messeri) che giunge nel Polesine per un’opera di catalogazione e si trova invischiato, suo malgrado, in una torbida rete di connivenze. La delusione e l’amarezza, il tradimento dell’amicizia in nome di una logica di scambio che nulla concede alla trasparenza, ammantano il film di una malinconia diffusa, rivolgendo uno sguardo critico ad una società sulla via del disfacimento morale.

_Così nei film di Mazzacurati non ci sono eroi, ma figure vive e spesso malinconiche, talvolta ciniche, ma capaci di scorci e illuminazioni improvvise di umanità, di cui il Gianni Dubois de La passione, regista in crisi costretto a dirigere una sacra rappresentazione, è la degna incarnazione.


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