X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



TFF - Daniele Luchetti racconta "IF.." - Figli e amanti

Pubblicato il 4 dicembre 2010 da Sofia Bonicalzi


TFF - Daniele Luchetti racconta "IF.." - Figli e amanti

‘Se…’ è il titolo di una nota poesia di Rudyard Kipling, che celebra la razionalità e il coraggio, la forza di diventare uomini e la capacità di controllare le emozioni attraverso il senso di responsabilità («…Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone; Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo..»), eppure i cinefili assoceranno immancabilmente questa breve congiunzione ad uno dei film più irriverenti e profetici del free cinema inglese targato Lindsay Anderson.

Accompagnato da Emanuela Martini e Maurizio Porro, Daniele Luchetti, regista romano dell’indimenticato Il portaborse (un film anch’esso rivelatore, stavolta dei meccanismi tutt’altro che limpidi della politica) e dei più recenti Mio fratello è figlio unico e La nostra vita, sceglie l’opera più celebre dell’autore inglese per le giornate di ‘Figli e Amanti’ del Festival del Cinema di Torino.

Il film di Anderson, scandito in una serie di quadri narrativi giustapposti, girato mescolando bianco e nero e colore all’insegna della più totale libertà espressiva, rappresenta una delle espressioni cinematografiche più vivide del desiderio di emancipazione di un’intera generazione, ma è al tempo stesso una satira vivace e pungente contro ogni forma di ideologia (compreso il facile progressismo dei dirigenti scolastici più illuminati).

In una public school inglese (costosa scuola privata per rampolli facoltosi) che fa della crudeltà organizzata di gerarchie tiranniche il cardine della disciplina scolastica, tre studenti decidono di ribellarsi contro i loro compagni più grandi, i professori e le famiglie. Dopo una serie di prove generali, nella scena più celebre del film, che oscilla fra la dimensione onirica e un realismo ironico e divertito, i ragazzi faranno fuoco dai tetti della scuola, mettendo in atto una rivolta ben più cruenta di quella di ragazzi di Zèro de conduite (Jean Vigo, 1933) e seminando il panico fra i presenti. Arricchito dalla presenza di un folgorante e sibillino Malcolm McDowell (leggendario il suo ingresso con il tabarro nero), qui alla sua prima interpretazione importante, con un personaggio per certi versi affine all’Alex di Arancia meccanica (1971),

Se.., dopo aver superato notevoli problematiche di tipo produttivo, vinse la palma d’oro nel 1969. Il film ebbe poi una certa fortuna in sala, malgrado le perplessità dello sceneggiatore David Sherwin, fermamente convinto che solo un inglese, maschio e per di più studente presso una public school avrebbe potuto apprezzare e capire fino in fondo la storia.

Luchetti racconta di aver visto Se… solo in età adulta, ma di aver subito una sorta di folgorazione, un ritorno ad un’infanzia fissata per sempre e ritrovata in un film che riesce ad essere estremamente libertario, pur mostrando quasi esclusivamente scene di costrizione (giustamente celebre quella delle frustate, in cui i tre malcapitati protagonisti sono costretti a subire le angherie dei compagni più grandi. Se i primi due rimangono fuori campo, inaspettatamente la tortura di Mick si offre direttamente alla macchina da presa, creando un effetto di aspettativa puntualmente frustrato dallo sguardo neutro e flemmatico del regista), che si susseguono in una partitura narrativa intessuta di sadismo.

Se gli spettatori degli anni ’60 accorsero per assistere alla sequenza della sparatoria, il pubblico attuale è forse più affascinato dalla prima parte, che racconta la vita nel college, fra docce gelide, imposizioni sull’abbigliamento e punizioni corporali, senza abbandonarsi a psicologismi di sorta ed evitando di contrapporre cattivi ed eroi (Mick e i suoi compari, nel giro di qualche semestre, sarebbero probabilmente diventati tali e quali ai compagni più grandi).

Attraverso una macchina da presa oggettiva e ferma, nel film scorre una folla di personaggi differenti, quasi maschere prive di reale profondità, che si salvano attraverso una ribellione anarchica e totale contro il potere e la costrizione, ma anche contro il progresso e la modernità (si pensi alla scena in cui Mick e la ragazza lottano selvaggiamente nel bar, quasi trasformandosi in due leoni). Non a caso le scene oggi più datate risultano quelle ambientate al di fuori della scuola, come quella del furto della motocicletta, che risulta forse più un omaggio ai vezzi dei film dell’epoca (quelli dei Beatles in primis), mentre nelle sequenze più riuscite gli elementi di sorpresa scaturiscono uno dall’altro, in una miscela inscindibile di realismo e poesia (quando il preside fa il suo discorso, ecco un sacerdote che esce da un cassetto, o un gigantesco coccodrillo finto che compare fra gli scatoloni).

Un senso di ribellione, spesso frenata, spesso impotente, si respira anche nel cinema di Luchetti, da sempre raffinato indagatore delle piccinerie e dei mali che affliggono il nostro paese, ora con sguardo disincantato e ironico (La scuola), ora con indignazione e rabbia (La nostra vita), raccontando con acutezza la crisi di ogni forma di ideologia (Mio fratello è figlio unico), o analizzando con una grazia che non si dovrebbe scambiare per leggerezza il sempre difficile passaggio dall’infanzia all’età adulta (Dillo con parole mie).


Enregistrer au format PDF