The Blue Hour - Concorso - Tff 2007

Quattro storie di solitudine. Quattro destini che si sfiorano senza mai incrociarsi. In un quartiere popolare di Los Angeles vediamo scorrere brevi stralci di vita di una giovane graffitista universitaria, di un armeno in crisi con la moglie dopo la tragica morte della figlia, di un chitarrista blues che si prende cura della madre malata e di un veterano della seconda guerra mondiale.
L’espediente narrativo che lega le quattro storie è la presenza di un clochard ex professore di astronomia che muore dopo essere stato investito da una macchina. Questo personaggio appare sostanzialmente ininfluente per la logica del racconto e solo in conclusione esso viene ad assumere un preciso significato. Non è infatti solo un trucco di sceneggiatura per unire i quattro racconti in un’unità temporale. Il personaggio in questione diventa il simbolo della capacità creativa, della possibilità di sognare, della voglia di trovare un senso (anche extraterreno) alla propria esistenza nonostante uno stato di completa solitudine.
The Blue Hour, primo lungometraggio dell’armeno adottato statunitense Eric Nazarian, è un’opera sulla comunicazione, o meglio sulla sua totale assenza. È un film che è strutturato su una sceneggiatura praticamente priva di dialoghi. È caratterizzato da silenzi lunghissimi e da atmosfere soffuse che inglobano la narrazione in un universo spazio-temporale sospeso e quasi irreale. Ciò però, anzichè rendere interessante il racconto e la sua forma, fa sì che le diverse storie si sviluppino con una lentezza che alla lunga infastidisce ed annoia.
A questo va aggiunto che l’obiettivo del film non appare subito chiaro e, anche se alla fine si riesce a carpire il filo conduttore (che poi è il significato ultimo dell’opera) che fa da collante tra le quattro storie, esso si configura semplicemente come un furbo espediente utilizzato dall’autore per realizzare una pellicola che possa colpire lo spettatore con uno sviluppo narrativo originale.
Il risultato è un lavoro che lascia trapelare solo tanta presunzione. Non basta infatti costruire un racconto che si allontana da una struttura narrativa e da uno stile convenzionali per entrare in una dimensione autoriale. E’ proprio quest’aspetto il difetto maggiore dell’opera. Perché il regista in questa maniera vanifica la sua indubbia capacità nel muovere la macchina da presa e nel costruire le inquadrature, perdendosi nel tentativo di ricerca di un’audace originalità formale che rende tutta l’atmosfera dell’opera supponente e vuota.
Presentato in concorso al Torino Film Festival, The Blue Hour ha, però, la fortuna di essere interpretato da attori che non si trovano mai spaesati e che valorizzano al meglio i lunghi silenzi che dominano la narrazione. Forse l’unica nota veramente positiva di un’opera di cui è facile dimenticarsi velocemente.
(The Blue Hour); Regia: Eric Nazarian; sceneggiatura: Eric Nazarian; fotografia: Sam Levy; montaggio: Helen Hand; musica: Aldo Shlaku; interpreti: Paul Dillon (Sal), Sarah Jones (Ethel), Karen Kondazian (Tello), Austin Marques (Neto), Alyssa Milano (Allegra); produzione: Blue Hour LLC; distribuzione: Blue Hour LLC; origine: USA; durata: 93’.
