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The Bruce Springsteen music experience by the recording sessions sesta parte: 2002/2005.

Pubblicato il 12 giugno 2012 da Emiliano Paladini


The Bruce Springsteen music experience by the recording sessions sesta parte: 2002/2005.

Sembra oggi ma son passati dieci anni. Quasi dieci anni fa usciva The Rising.
The Rising è il primo disco con la E Street Band da Born In The USA. Qui però le parole non bastano mai, ma solo si calcola il capolavoro di fermezza al termine di dieci anni vissuti a buciapelo (1992/2002).
The Rising è il canto maggiore in soccorso di un mondo devastato dagli eventi; ma già nel 1980 si era accorto della rottura del sogno e Countin’ on a miracle risponde alla celebre domanda conclusiva di The river.
Gli anni di The Rising sono gli anni delle guerre in Iraq e Afghanistan. In quegli anni due le voci importanti che si levarono contro quelle guerre: Roger Waters (Leaving Beiruth) e Bruce Springsteen che in un celebre discorso durante una serata di fine estate 2003 al vecchio stadio dei Giants fece un notevole intervento sulla sostanziale trasversalità della verità allargando il pensiero di Worlds apart (un’altra echo di I’m going down, terza discesa emozionale, della disperazione aggrappata alla disperazione di un gesto d’amore).
Dopo aver quindi girato in ogni sua direzione ogni angolo della storia della musica americana, Springsteen si sposta verso il confine geografico più estremo della musica occidentale bagnando The Rising coi colori e la storia del Mediterraneo; e in Worlds apart senza additare colpevoli e scaricare colpe addosso a nessuno ha riconosciuto, probabilmente intendendo un unico Dio per tutta l’umanità, il Dio degli arabi e la loro religione immortalando i suoi testi e le sue canzoni sull’altare della pace e della fratellanza (tra l’altro c’era pure da aspettarselo, le premesse erano stampate in bella evidenza col disco, ma qui con The Rising è successo qualcosa sul serio: durante Waiting On A Sunny Day, proprio all’inizio - It’s raining, but there ain’t a cloud in the sky - il 28 giugno 2003 a Milano, concerto di Bruce Springsteen, cominciò improvvisamente a piovere; e all’altezza della strofa di Worlds apart, ’neath Allah’s blessed rain, si era già scatenato il più grande inferno d’acqua di gocce di pioggia che Milano avesse mai visto - Bologna, ottobre 2002 e Denver e Milwaukee settembre 2003, le altre date documentate).
The Rising è un disco d’una bellezza esagerata ed egoista. Ti gira, t’avvolge. T’incolla alla sedia. Non vuole farti ascoltare nient’altro e t’impone di dimenticare tutto il resto: Lonesome day, Into the fire, Waitin’ on a sunny day, Nothing Man, Countin’ on a miracle, Empty sky, Worlds apart, Let’s be friends (skin to skin), Further on (up the road), The fuse, Mary’s place, You’re Missing, The rising, Paradise, My city of ruins.
C’è il DVD Live In Barcelona prima, ma il disco successivo è Devils&Dust: Devils & Dust, All the way home, Reno, Long time comin’, Black cowboys, Maria’s bed, Silver palomino, Jesus was an only son, Leah, The hitter, All I’m thinkin’ about, Matamoros banks.
Devils&Dust a sua volta, ancora una volta, ci consegna alle radici della musica americana richiamando nel titolo uno dei primi concept albums nonostante il concept album sia uno dei tentativi della musica inglese di crearsi un ambito di produzione in qualche modo nativo.
In prospettiva Devils&Dust sembra un disco preparatorio, un trampolino dal quale spiccare il salto decisivo e definitivo, quello per la grande storia (le Seeger Sessions in questo caso); sembra la quiete prima della tempesta, un esercizio magico di joga, tantrico, di estrema concentrazione mentale, un modo per svuotare il cervello e prepararsi al dopo; ma Devils&Dust chiude in realtà un discorso sul folk contemporaneo e tutti i concerti del tour di Devils&Dust (Milano, 7 giugno 2005) si chiudono a loro volta con l’elettrofolk di Frankie Teardrop dei Suicide celebrando lavori, studi, e collaborazioni per sempre con la musica di confine.


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