La casa di Jack

Alla sua presentazione allo scorso Festival di Cannes, La casa di Jack fu accolta fra le consuete mille polemiche che sempre accompagnano il lavoro del cineasta danese: più che esprimere con pertinenza e competenza un giudizio sul film, i giornali e i social si sono scatenati riportando la notizia degli spettatori in fuga a proiezione ancora in corso, irritati e disgustati per le immagini crude ed esplicite di violenza ‘gratuita’ e ‘misogina’.
Al di là di queste sciocchezze, che lasciano il tempo che trovano, La casa di Jack è la summa di tutto il cinema di Von Trier, uno spietato autoritratto in veste di psicopatico serial killer che si interroga dove abbia origine il Male assoluto: perché se il Paradiso forse non esiste, l’Inferno esiste eccome, si annida nelle viscere della Terra, nel fondo della nostra anima, o nel negativo di una fotografia dove alla luce di una lampada accesa corrisponde il nero più atro e insondabile.
Jack (come il celebre Squartatore) ammazza persone, in prevalenza donne (ma ci sono anche due cattelaniani bambini), catalogate con compulsiva maniacalità forse derivata dall’abortita aspirazione di diventare ingegnere architetto, e impiega la stessa calcolata e ossessiva attenzione nello scegliere le proprie vittime, perseguirle, ucciderle e collezionarne i corpi congelati, con cui il mitico pianista canadese Glenn Gould, citato con ampi stralci di videorepertorio inseriti in montaggio insieme a foto e citazioni di opere d’arte di ogni epoca, animazioni didattiche, tableaux vivants e sequenze dei film precedenti di Von Trier, curava il fraseggio del suo Bach snocciolato al pianoforte. Questo spietato e feroce assassino ha il volto di Matt Dillon, icona di sensuale gioventù e bellezza mascolina negli anni ‘80, in un ruolo che ridefinisce le sue qualità e la sua prestanza di interprete rilanciandone la carriera verso nuove future prove attoriali di rinnovato e maturo spessore. La sua ex-bellezza, emaciata e irrigidita dal mento sfuggente e da due occhi scuri oggi più incavati e rimpiccioliti, gli conferisce quell’aria da pazzo pericoloso, in grado tuttavia di conquistarsi con onesta credibilità la simpatia e la fiducia delle malcapitate signore o signorine che finirà per sgozzare, sventrare, squartare o impalare per le due ore e mezza di durata della visione. Von Trier evita la banalità di volercelo far risultare simpatico, ma condivide con noi spettatori ad ogni passo del racconto la propria attrazione/ripugnanza per un assassino tanto feroce né più e né meno come farebbe uno scienziato che volesse appassionare anche noi nell’osservare insieme, per analizzarlo e studiarlo in ogni aspetto e forma, un fenomeno naturale. È il Male ad interessarlo: puro, immotivato, irrazionale, i suoi meccanismi, la perversione che lo genera, la presunta consapevolezza del mostro che sceglie volontariamente di compiere gesti tanto bestiali. Tutto il contrario dell’ostentazione compiaciuta e gratuita millantata da certe chiacchiere immediatamente circolate dopo la proiezione da chi evidentemente percepisce ormai il mondo secondo schemi percettivi strutturati a compartimenti stagni non comunicanti...
Il film è una progressiva discesa agli Inferi, anzi, verso un Inferno dantesco strutturato esattamente come la celebre iconografia geofisica della Divina Commedia. È lo stesso Jack a calarcisi, omicidio dopo omicidio, girone dopo girone, accompagnatovi da un mite Virgilio, che in un pacato e dotto duetto fuori campo lo psicanalizza facendosi raccontare, elencare, per filo e per segno, ogni dettaglio utile per risalire, o riscendere, alla radice del ‘problema’. Voce di questo alter-ego speculare che interpreta il proprio desiderio di autocoscienza è quella, squisitamente inflessa verso gutturalità germaniche, con divertenti fughette nel dialetto napoletano, del mai troppo compianto Bruno Ganz, e pazienza per chi vedrà il film doppiato, che tutto questo se lo perderà per strada. Già, perché se La casa di Jack contiene tante immagini che illustrano la progettazione e la messa in opera del Male ai danni di vittime umane, secondo il principio delle ‘Variazioni sul tema’, spesso e volentieri presente nel cinema quasi sempre sezionato in capitoli e parti di Von Trier, dunque una varietà e una ricchezza di situazioni diverse e altrettante modalità di esecuzione, è anche un film parecchio parlato. Tra i dialoghi con Bruno Ganz e quelli con le sue vittime, Jack parla, parla, parla, elabora, spiega, nel disperato tentativo di fornire a chi lo ascolta la chiave per aiutarlo a rispondere al proprio interrogativo: perché lo faccio?
Troverà la risposta nell’ultima inquadratura. È naturale che chi esce prima della fine non lo saprà mai. Come forse non saprà mai come si guarda un film e come ci si deve accostare ad un autore, anche controverso, discusso e discutibile come Lars Von Trier. Che resta dei cineasti contemporanei tra coloro che più si spendono e si espongono in prima persona, con il coraggio e l’audacia dell’artista che frugando nel lato oscuro, nel marcio, nella malattia, nella follia del mondo, continua a chiedersi, nella speranza di trovare nel cinema una risposta plausibile da condividere con tutti i propri spettatori: perché lo faccio?
(The house that Jack built); Regia: Lars Von Trier; sceneggiatura: Lars Von Trier; fotografia: Manuel Alberto Claro; montaggio: Molly Malene Stensgaard; interpreti: Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl, Riley Keough; produzione: Zentropa Entertainments; origine: Danimarca, Svezia, Francia, Germania, 2018; durata: 155’
