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The Iron Lady

Pubblicato il 27 gennaio 2012 da Sofia Bonicalzi


The Iron Lady

Anni di esasperati conflitti sociali, scioperi e attentati o di rilancio in grande stile dell’economia nazionale? Epoca di spinte guerrafondaie o di rinnovato prestigio internazionale? Phyllida Lloyd mette la sordina alle vicende politiche, rinviando le considerazioni di merito sull’era thatcheriana per lasciarsi affascinare dall’indomabile carisma di una donna destinata a dare una scossa alla Storia. Anni ’50: in un mondo ancora appannaggio di bombette e parrucconi, Margareth Thatcher, al secolo Margareth Roberts, figlia di droghieri, ma con una laurea a Oxford in tasca, entra nell’agone della politica finché, sfoderando una determinazione senza pari, arriva in cima al partito conservatore e da lì approda al numero 10 di Downing Street. Ormai siamo nel 1979, l’inizio di 11 anni all’insegna del liberismo spinto, delle contestazioni sindacali e delle congiure di potere interne al partito, che finirà per esautorare la “lider maxima”, condannandola a un appannato autoesilio nel suo appartamento londinese.
In mezzo ci sono gli attentati dell’Ira, l’attacco alle Falkland occupate, la lotta al comunismo e un giro di danza con Reagan. In un biopic che vorrebbe scardinare i rigidi schemi della cronaca storica, tenendosi alla larga da glorificazioni e condanne, luci e ombre di un’intera vita sono filtrati attraverso gli occhi della Thatcher, senza che nulla si frapponga fra le immagini vorticose che risalgono alla memoria dell’ormai anziana Lady e lo spettatore (non c’è coscienza critica, diversamente da quanto accanto nel eastwoodiano “J. Edgar”, dove il resoconto autoassolutorio del vecchio Hoover è corretto dalla voce coscienziosa del vice Clyde Tolson). A fare da contraltare, solo l’immagine di un marito amatissimo e trascurato, quel Denis Thatcher che, da morto, continua a rimproverarla bonariamente dal sofà mentre, da vivo, le diede due figli, un nome rispettabile e un affetto incondizionato, finendo per rappresentare il legame più forte con la realtà al di fuori dei palazzi. L’unica giustificazione, cui la regista sembra abdicare, conserva l’ideale di un impegno civile in cui, come dice Margareth a un’ammiratrice: “non volevamo essere grandi, ma volevamo fare grandi cose”, ove la politica ammette il sacrificio degli interessi immediati e del consenso facile per consegnare alle generazioni future un paese che, almeno nelle intenzioni, si presuppone migliore.
Accanto a ciò si erge però una sconfinata ambizione personale, ancorata alla convinzione di essere circondata da personaggi inadeguati, politicanti farseschi e avversari incapaci. In un andirivieni continuo tra passato e presente, i piani temporali si intrecciano e si mescolano senza soluzione di continuità, mentre i ricordi emergono a ondate quando la Thatcher, ormai anziana e vittima delle allucinazioni, decide di liberarsi dei ricordi di Denis, morto da diversi anni. Da un lato la vita a Downing Street, gli impegni diplomatici e la fierezza del passato, dall’altro la solitudine monotona della prigione londinese, tormentata dai ricordi e da sporadici impegni di rappresentanza. Malgrado lucidità e forza facciano ormai difetto, ancora una volta si ha l’impressione che nessuno dei suoi interlocutori, dalla figlia nevrotica alle segretarie distratte, sia in grado di reggere il confronto con l’energia sprigionata da un corpo ormai malfermo e da una mente che fatica a ricordare nomi, luoghi e impegni. L’ordine cronologico lascia volentieri il passo all’intreccio delle memorie emergenti, che scaturiscono in autonomia e si impossessano della Thatcher, che girovaga per la casa come un leone in gabbia, già certa di non poter trovare pace, ma decisa a convincere se stessa e il mondo di non aver perso la ragione. Diva sui generis, capace di offuscare con la sua scia chiunque le sia avvicini (per la regina Elisabetta nemmeno una comparsata), Margareth Thatcher diventa, per ammissione della regista stessa, un personaggio shakespeariano, al di là della storia e della morale, un catalizzatore di energia che si libra in volo spinta da una passione smisurata (Alexandra Roach interpreta la futura Lady a 24 anni), giunge all’apice delle sue potenzialità, per poi crollare, vittima dello stesso meccanismo di potere che aveva contribuito a creare. Nulla funzionerebbe però senza una strepitosa Meryl Streep, impegnata in un’opera di immersione nel corpo, nella voce e nelle movenze della Thatcher, che lascerà, comunque, con il fiato sospeso.


CAST & CREDITS

(id); regia: Phillida Lloyd; sceneggiatura: Abi Morgan; fotografia: Elliot Davis; montaggio: Justine Wreight; musica: Thomas Newman; interpreti: Meryl Streep (Margareth Thatcher), Jim Broadbent (Denis Thatcher), Susan Brown (June), Alexandra Roach (Margareth Thatcher giovane), Harry Lloyd (Denis Thatcher giovane), Nicholas Farrell (Airey Neave), John Nott (Angus Wright); produzione:Damian Jones; distribuzione: Bim; origine: UK, 2012; durata: 104’.


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