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They - Incubi dal mondo delle ombre

Pubblicato il 19 agosto 2003 da Alessandro Izzi


They - Incubi dal mondo delle ombre

“Ti priverò del riposo con il terrore”. Questa frase di Orazio che non sfigurerebbe come battuta di Freddy Kruger (mitico mostro dalle mani uncinate partorito dalla fantasia e dal genio di Wes Craven) è in realtà l’epigrafe che apre una delle pellicole più interessanti di questa fine estate: They - incubi dal mondo delle ombre di Robert Harmon. Protagonista assoluto di quest’opera è il labile confine che separa il sogno dalla realtà, l’illusione dalla concretezza ovvia e fin troppo banale della nostra vita quotidiana. Attraverso un apparato citazionista molto più ampio di quanto non possa apparire a prima vista e certamente estraneo ad opere, come questa, di target sostanzialmente adolescenziale, il regista sembra essere intenzionato a ritrovare un contatto fattivo con la concezione barocca del Mondo, con quell’oscura quasi filosofia che poteva permettere ai personaggi shakespeariani (ma anche a molte figure dello spagnolo Siglo de oro) che noi uomini, in fondo, “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”. Il punto di partenza del racconto è, in effetti, per molti versi fin troppo simile a quello che aveva già aperto un capolavoro come Nightmare: alcuni adulti cominciano improvvisamente a rivivere i sogni che avevano popolato le notti della propria infanzia. Quelle paure inconsulte che avevano ammantato di presagi oscuri le stanze di ogni bambino, quel senso di smarrimento che aveva accompagnato ogni brusco risveglio da un incubo spaventoso, quel timore, insomma, che si presuppone debba sparire con l’avvento della leopardiana ragione che fuga le paure, ma anche gli stupori, ritorna concreto come non mai per il gruppo dei giovani protagonisti di questa pellicola. Il problema è che, piano piano, si comincia a scoprire che quei sogni evanescenti che popolavano di ombre junghiane gli angoli oscuri delle loro piccole stanze, non erano un semplice volo dettato da una fantasia eccitata, e, anzi, anche i mostri chelatosi che immaginavano nascosti sotto il loro letto, appena dietro le coperte imbottite, erano ben più concreti di come i loro genitori avevano cercato di far credere tra carezze rassicuranti. Julia (la Laura Regan di My little eye) è una di queste bambine che divenuta adulta, deve affrontare gli orrori della sua infanzia risaliti a galla come un rimosso incancellabile. Attorno a lei, nel suo gruppo, molti amici che condividevano la sua pena, cominciano misteriosamente a sparire. Harmon concepisce un racconto adulto, profondo che confonde abilmente i confini tra un classico racconto di invasione aliena con i toni di un racconto tutto spirituale, assolutamente intimista, sulla battaglia interiore che ciascuno di noi deve portare avanti, crescendo, con i mostri della propria psiche. Pur affidandosi alle dinamiche del genere (classiche le molte sequenze a costruzione ansiogena con spavento finale), il regista opta per un modello di narrazione quasi cameristico, tutto puntato sui personaggi e poco sull’azione. Se possiamo rintracciare qualche difetto all’interno di questo film piuttosto ben concepito dal punto di vista visuale questo risiede essenzialmente in alcune soluzioni (che si affollano proprio nel finale, quando troppe cose cominciano a trovare una propria spiegazione) che virano il tutto verso lidi piuttosto semplicistici. Per il resto l’ottima prova degli attori (uno stuolo di giovani interpreti assai azzeccato su cui spiccano la già citata Julia Regan, Ethan Embry e Marc Blucas), la giusta cura per le atmosfere (efficace la fotografia notturna) fanno di questa pellicola un ottimo prodotto, ma non quel capolavoro che avrebbe potuto essere.

(They); regia: Robert Harmon; sceneggiatura: Brendan Hood; fotografia: Renè Ohashi; montaggio: Chris Peppe; musica: Elia Cmiral; interpreti: Laura Regan, Jon Abrahams, Ethan Embry, Dagmara Dominczyk, Marc Blucas; produzione: Tom Engleman;

[agosto 2003]

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