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This Must Be the Place - Conferenza stampa - Cannes 2011

Pubblicato il 20 maggio 2011 da Antonio Valerio Spera


This Must Be the Place - Conferenza stampa - Cannes 2011

E’ stato accolto dagli applausi della stampa l’attesissimo This Must Be the Place, in concorso a Cannes, quinto film di Paolo Sorrentino che vede uno straordinario Sean Penn nei panni di una ex rock star depressa. Il regista napoletano, insieme all’attore statunitense, hanno risposto alle domande dei giornalisti e hanno ricordato subito il loro primo incontro, avvenuto proprio sulla Croisette, tre anni fa, dopo che Il divo si portò a casa il Grand Prix.

Ci raccontate come vi siete conosciuti? E’ successo proprio qui a Cannes, vero?

Paolo Sorrentino: E’ vero, ci siamo incontrato al party di chiusura del Festival di tre anni fa. Sean era presidente di giuria ed io avevo appena vinto il Grand Prix.

Sean Penn: Penso che ci siamo incontrati per la foto di gruppo finale in realtà.

Poi com’è continuata la storia?

S.P.: Poi ho avuto questa incredibile sceneggiatura da lui e ho detto subito si. Paolo e io abbiamo parlato degli aspetti della depressione e dei suoi effetti fisici, aveva una idea molto chiara della visualità fisica del personaggio. E’ un insolito piacere lavorare con un regista così perché ci sono tante cose che noi attori pensiamo, che possiamo creare. E’ stato un onore avere le sue visioni e lui mi ascoltava, abbiamo lavorato molto insieme, abbiamo dibattuto anche con gli altri attori. E’ uno dei pochi veri maestri di cinema viventi veramente originali, mi ha ispirato tantissimo. Lui era il pianista, suonava il piano e io giravo semplicemente le pagine dello spartito: un onore per me.

Si è ispirato a qualcuno per interpretare questo personaggio?

S.P.: L’ispirazione resta un segreto che come tutti i segreti resta dentro e non può essere spiegato

Com’è stato lavorare a Dublino?

S.P.: Ho passato a Dublino quasi 15 anni in passato, è una città che mi dà tremende sensazioni. Questo film è un viaggio attorno al mondo e abbiamo passato un bellissimo periodo a Dublino.

Paolo, com’è stato il lavoro di sceneggiatura con Umberto Contarello?

P.S.: E’ la prima volta che lavoro ad una sceneggiatura insieme a altri. Umberto è un mio grande amico da sempre, ci accomunava un amore per il viaggio e gli Stati Uniti. La storia parte da una mia curiosità, quella sulla storia di un criminale nazista, e ho voluta unirla al romanzo di formazione di un uomo di 50 anni e alla figura di una rockstar.

Umberto Contarello: Con Paolo, conoscendoci da molto, abbiamo chissà quante volte immaginato di fare film insieme. Mi raccontò un giorno la sua idea e abbiamo iniziato a scrivere come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Come sono andate le riprese in America?

P.S.: Sono abituato a girare in Italia. Gli States sono il luogo cinematografico per eccellenza, soprattutto per gli spazi aperti, ma io ho anche una mia curiosità morbosa per gli interni americani. In me e nella troupe, comunque, c’era un’eccitazione da bambini per un mondo per noi del tutto nuovo.

Dopo quattro film presentati a Cannes vincerà?

P.S.: Non è che si fa una carriera all’interno del Festival di Cannes, già presentare il film è il miglior risultato secondo me.

Vi siete ispirati un po’ a Ozzy Osbourne per delineare il personaggio?

S.P.: No, non mi sono ispirato a nessuna rockstar, ho parlato molto con Paolo. Lui ha davvero una mente originale, mi ha dato tantissime indicazioni

E’ possibile un confronto tra Cheyenne e il Giulio Andreotti de Il divo?

P.S.: Il divo Andreotti è un personaggio realmente esistente, ma anche questo di Penn in fondo appare molto reale. Sono figure di rockstar che si avvicinano molto. Non sono figure comuni perché trovo interessante raccontare al cinema personaggi che abbiano qualche eccezionalità.

Penn, qui a Cannes è in concorso anche con il film di Malick The Tree of Life

S.P.: Il film di Malick e questo di Sorrentino sono completamente diversi, non voglio fare parallelismi, sono state due esperienze separate per me, li ho girati anche in due anni diversi.

Paolo, della collaborazione con David Byrne cosa ci dice?

P.S.: Eravamo preoccupati che non accettasse di interpretare se stesso, invece poi si è convinto. Avevo bisogno di una serie di canzoni composte da ragazzi di 18 anni. David è un musicista poliedrico e amante delle sfide. Si è divertito a comporre come avesse 18 anni, il rock dei ragazzi. La scena con lui al pianoforte è stata a Detroit in un ex grande teatro ora garage per automobili.

Influenzato da Paris, Texas di Wenders?

P.S.: E’ un’influenza da cui non si scappa, però non lo vedo da tanti anni, sono tante le influenze distanti nella memoria ma restano impigliate nella testa.

Fare film in America è un sogno di tanti italiani…

P.S.: Mi è piaciuta tutta l’esperienza americana, difficile dire qualcosa in particolare, era una cosa tutta nuova, anche il cinema può avere dei suoi momenti di noia, invece fare questo film è stato come ricominciare a fare il primo film. E’ stata un’ esperienza unica e indimenticabile. So fare solo una cosa alla volta, quando sarà finita l’esperienza di questo film ci penserò, comunque sì mi piacerebbe riprovare.


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