Torino 32 - Anuncian sismos - Concorso

Anuncian sismos parte da riflessioni importanti e non scontate che sarebbe ingiusto liquidare in poche battute.
I due registi, infatti, mettono al centro del loro progetto artistico la descrizione a tratti disperata e apparentemente senza possibilità di sbocchi della realtà contemporanea argentina. Una realtà fatta di incomprensioni, di lacerazioni sociali e culturali che sembra fondarsi su una frattura generazionale apparentemente condannata all’assenza di dialogo tra le parti.
Genitori e figli non si parlano, né si capiscono più per davvero. Ognuno sembra perso nel suo mondo, ognuno incapace a costruire un ponte che possa per davvero aiutare l’atro.
Il rapporto è deteriorato come la linea di un telefono che squilla sempre anche se poi, ad alzare la cornetta, nessuna voce risponde al pronto di chi cerca anche solo un poco di conforto.
Anche la scuola sembra aver abdicato alla sua funzione educatrice e si limita a mettere in bella fila una serie di progetti di facciata senza essere poi davvero in grado di porsi in una condizione di ascolto nei confronti di questi ragazzi che vivono immersi in un contesto di violenza cui non sanno bene come reagire.
E, all’evento drammatico di un ragazzo che muore suicida dentro il bagno dello stabile, l’istituzione scolastica non trova altra e migliore risposta che continuare come nulla fosse, senza neanche un giorno di lutto e di elaborazione e senza sentire il bisogno di annullare la serata di bingo genitori-insegnanti organizzata già da tempo.
La storia, se di storia si può propriamente parlare, prende corpo in un paesino arroccato tra le montagne testimone di un incredibile incremento di suicidi presso ragazzi e adolescenti.
La narrazione si divide abbastanza equamente in due grossi blocchi. Da una parte c’è la descrizione della vita di Mariano, fratello di una dei suicidi, che viene indirizzato dalla scuola a un progetto di musica pensato come possibile prevenzione al disagio. Il suo contesto familiare non è dei più facili. La madre piange continuamente per la perdita della figlia e maschera la cosa davanti ai figli continuando a sbucciare cipolle. Il fratellino più piccolo, con sempre indosso la tuta di un qualche supereroe, passa le giornate a casa, perso in giochi sempre più disturbati e incomprensibili.
Il secondo blocco riguarda invece il rapporto tra due insegnanti di Mariano, una professoressa e il direttore della banda, un musicista frustrato che aveva palesemente altre ambizioni, ma troppo poco talento per perseguire i suoi obiettivi.
Il film sceglie un linguaggio volutamente franto e sgrammaticato che, almeno nelle intenzioni, sembra essere il più adeguato a restituire il claustrofobico senso di un’assenza di dialogo e di una totale mancanza di comprensione tra le parti.
Il problema di fondo di quest’operazione è che alla sgrammaticatura continua del linguaggio non sembra corrispondere la definizione di una grammatica alternativa e nuova che le subentri in qualche modo. Non è facile trovare tra queste immagini dal respiro anche un poco amatoriale un qualche autentico senso di rigore strutturale che doni loro in senso ulteriore.
In un certo senso si ha come l’impressione che il film sia una giustapposizione di eventi e situazioni, di immagini e suoni e non una coerente costruzione portata avanti secondo una scelta autenticamente antinarrativa.
È come se all’importante bisogno di destrutturare il linguaggio più tradizionale, che è coerente con il vissuto dei personaggi, non consegua un autentico bisogno di dire in modo nuovo. Si distrugge, insomma, senza costruire.
Il terremoto, forse, non è annunciato come proclama il titolo. C’è già stato e ora restano solo rovine.
(Anuncian sismos); Regia: Rocío Caliri, Melina Marcow; sceneggiatura: Melina Marcow; fotografia, montaggio: Rocío Caliri; musica: Sexydance; interpreti: José Morales, Agustina Guerra, Rosario Traico, Jimena Silvia Soza, Juan Castro Olivera, Jacinto Bonillo, Mariana Ferro, Gabriela Solanas, Joaquín Sosa, Leandro Sala, Sabrina Sala, Maxi Plato, Claudio Salvador, Ana Oroño; produzione: Hulot Cine; origine: Argentina, 2014; durata: 68’
